Essere aromantici è alienante?


[La seguente è la traduzione di un post che abbiamo avuto il permesso di pubblicare e che potete trovare a questo link]

Se dovessi descrivere con una singola parola la mia esperienza di persona aromantica, penso sceglierei “alienante”.

Lasciate che vi spieghi.

Immaginate di essere una persona aromantica e di guardare la TV.

Stanno trasmettendo una serie fantascientifica in cui discutono se considerare una intelligenza artificiale (AI) “umana”. L’AI mostra di essere curiosa e vuole conoscere tante cose. Ha dei desideri. Ha sia forze che debolezze. Nessuno di questi aspetti riesce però a convincere chi dubita che l’AI sia “umana”. L’AI trova degli amici. Si dedica a degli hobby. Parla dei suoi sogni e delle sue speranze per il futuro. Tutto questo dovrebbe bastare a considerarla un “bambino vero” (cit. Pinocchio), no? A quanto pare, no.

Ad un certo punto, l’AI si innamora. Questa viene usata come prova definitiva della sua umanità, e se gli scettici non la accettano vengono considerati chiaramente in mala fede.

A quel punto cambi canale.

Sull’altro canale stanno trasmettendo un cartone animato per bambini. Il cattivo della storia indica una coppia e urla: “Che cos’è questo?!”. Il cattivone non riesce a capire l’amore romantico tra i due personaggi. Lo show sembra intendere che una persona così cattiva non potrá mai capire qualcosa di così puro e buono come l’amore romantico. 

Cambi di nuovo canale.

Sull’altro canale stanno trasmettendo una sitcom. Due personaggi stanno parlando di una terza persona. Uno dei due dice: “ma dai, tizio non è così strano”. L’altro invece ribatte: “ma se sono [x] anni che non sta con qualcuno!”. Partono le risate registrate. Il senso della scena è chiaro: se il personaggio di cui parlano non è in una relazione stabile, dev’essere perchè è troppo strano.

Cambi di nuovo canale.

Sul nuovo canale trasmettono un film di Natale. La protagonista è una donna di successo. Trascorre regolarmente tempo insieme agli amici e alla famiglia. Mentre cucinano insieme, sua madre le dice: “ti serve un uomo”. La figlia non è d’accordo. 

Il resto del film cerca di provare che la madre della protagonista avesse ragione e fa intendere che la sua carriera, i suoi amici e la sua famiglia non siano abbastanza per permetterle di vivere una vita soddisfacente.

Cambi di nuovo canale.

C’è su una serie tv per adolescenti. Qualcuno commenta che uno dei personaggi prima o poi troverá un partner romantico, al che il personaggio replica con un “bleah, che schifo”. Questa uscita viene descritta come un segno della scarsa maturità del personaggio.

A quel punto spegni la TV.

Le tue esperienze non bastano a rendere umano un personaggio non umano. Sei il cattivo. Sei stranə. La tua vita non è completa. Sei immaturə.

Sei stancə.

C’è un motivo se è stata una persona aromantica a coniare il termine voidpunk.

[ndt: voidpunk è il nome di una sottocultura abbracciata da coloro che spesso si sentono esclusi o disconnessi dal concetto di “umanità”. Questa sottocultura è costituita da individui provenienti da gruppi che spesso la società deumanizza o bolla come costituita da subumani. Chi aderisce al voidpunk abbraccia l’idea di non essere “umano”, riconosce di scontrarsi contro individui bigotti a cui replica “magari non sarò umano per gli standard della società, e allora?”. Spesso comporta l’empatizzare con o compararsi a creature immaginarie e non umane, come per esempio alieni, robot o fantasmi]

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