“Omoaffettivo”, “omoromantico” e “omosessuale”: Riflessioni
Il 30 luglio 2026, Dario Accolla ha pubblicato un post in cui critica l’uso del termine “omoaffettivo”, aggiungendo a questa critica negativa queste parole (cito testualmente):
“E siccome siamo persone discriminate per l’identità sessuale, non certo per i nostri sentimenti, il suo uso [l’uso del termine omoaffettivo] rischia di depotenziare la lotta del movimento LGBTQIA+.”
L’affermazione mi accende delle riflessioni. Provo a fare un po’ di ordine.
Innanzitutto, il termine “omoaffettivo” è effettivamente poco utilizzato – per quanto mi risulti – nella letteratura scientifica internazionale, sebbene non manchino studi di psicologia, sociologia e giuridici che lo utilizzano. Leggendoli è difficile attribuirgli un significato negativo o minaccioso. Riprendendo la definizione riportata anche da Accolla e tratta dal Treccani, omoaffettivo sarebbe un termine usato, a volte in contesti conservatori. Indicherebbe l’orientamento di una persona che “prova sentimenti di affetto o di innamoramento nei confronti di persone dello stesso sesso“. Detto questo, alcuni passaggi del ragionamento di Accolla meritano, a mio avviso, una riflessione.
1. Le persone LGBTQIA+ non vengono discriminate solo per i loro comportamenti sessuali e non credo che Accolla volesse affermarlo. Tuttavia, l’affermazione secondo cui “siamo discriminate per l’identità sessuale, non certo per i nostri sentimenti” appare ambigua. Non è ben chiaro cosa si voglia intendere per “sentimenti” e se sia ben chiaro che “l’identità sessuale” non descrive solo i comportamenti sessuali (Bosson et al., 2021). Leggendo la ricerca e la cronaca, è evidente che pregiudizi e discriminazioni si associano a come l’identità si riflette nelle relazioni affettive e romantiche, non solo quelle sessuali. Camminare mano nella mano, baciarsi in pubblico, sposarsi, volere una prole, o costruire una famiglia queer, sono tutte situazioni che possono esporre le persone LGBTQIA+ a stigma, discriminazione o perfino aggressioni. In altre parole, ciò che viene stigmatizzato non è soltanto il rapporto sessuale in senso stretto, ma anche il modo in cui l’orientamento prende forma nelle relazioni affettive e nella vita quotidiana. Inoltre, alcuni modelli e approcci contemporanei alla sessualità e all’identità, tra cui lo Split Attraction Model, distinguono tra orientamento sessuale e orientamento romantico (Winer, 2024; 2025). Per cui non ha molto senso contrapporre i termini “sessuale” e “romantico/affettivo” come se l’uno sia la negazione dell’altro.
2. Non vorrei inoltre che questa posizione oscuri un fenomeno ormai discusso nella letteratura scientifica: l’amatonormatività (Vares, 2022). Con questo termine si indica il sistema di norme sociali che considera la relazione romantica di coppia come il modello universale, desiderabile e moralmente superiore rispetto ad altre forme di relazione (poliamore o altro). Le persone possono quindi essere discriminate non soltanto per chi desiderano sessualmente, ma anche per come costruiscono i propri legami affettivi e romantici, soprattutto quando questi si discostano dalle aspettative sociali.
3. Dovremmo riflettere sul fatto che “omoromantico” è un termine vicino a “omoaffettivo”. Il termine omoromantico non è necessariamente usato in contesti conservatori, bensì all’interno della ricerca e delle comunità ace e aro, come parte ad esempio dello Split Attraction Model, che distingue tra attrazione sessuale e attrazione romantica. Parlare di orientamento romantico non significa sostituire quello sessuale, bensì riconoscere che le due dimensioni possono coincidere oppure no. Per questo motivo termini come omoromantico, eteroromantico, biromantico, panromantico o aromantico hanno una precisa funzione teorica e descrittiva, oltre che di riconoscimento per molte delle persone dello spettro aspec, e trovano oggi spazio nella letteratura internazionale (Winer, 2024; 2025).
E il termine “omosessuale”?
Paradossalmente, è il termine “omosessuale” a essere oggi oggetto di una riflessione critica nelle linee guida sul linguaggio inclusivo o ampio.
Oggi numerose linee guida, compresa quelle dell’American Psychological Association (APA), raccomandano di privilegiare espressioni come uomo gay, donna lesbica, o altro, a seconda del contesto. Come ricordano Bosson e colleghi (2021), sebbene omosessualità e omosessuale siano ancora diffusi, molte persone considerano oggi questi termini problematici perché nacquero in un contesto storico fortemente medicalizzante e patologizzante. Gli autori ricordano infatti che il termine fu utilizzato per la prima volta nel 1892 dallo psichiatra statunitense James G. Kiernan, che definiva l’omosessualità come una condizione mentale associata all’idea di appartenere psicologicamente al “sesso opposto” (p. 311).
La storia delle parole conta ed evolve insieme alla ricerca scientifica, all’attivismo, ai movimenti sociali e alle persone che quei termini descrivono e permettono – o non permettono – di rendere visibili e legittime.
Riferimenti
- American Psychological Association. https://apastyle.apa.org/
- Bosson, J. K., Vandello, J. A., & Buckner, C. E. (2021). The Psychology of Sex and Gender. Sage; https://collegepublishing.sagepub.com/products/the-psychology-of-sex-and-gender-2-269885
- Vares, T. (2022). Asexuals negotiate the ‘onslaught of the heteronormative’. Sexualities, 25(5-6), 767-784. https://doi.org/10.1177/1363460721993389
- Winer, C. (2024). Understanding asexuality: A sociological review, Sociology Compass 18 (6), e13240 https://doi.org/10.1111/soc4.1324
- Winer, C. (2025). Splitting attraction: Differentiating romantic and sexual orientations among asexual individuals. Social Currents, 12(3), 215-230. https://doi.org/10.1177/23294965241305170
