15 Dicembre 2025
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Turchia, progetto di legge anti-Lgbtqia+: fino a 3 anni di carcere per “condotte contrarie al sesso biologico”. Appello delle associazioni: “Non deve passare”

Il 29 ottobre 2025 Human Rights Watch ha denunciato che una bozza di riforma omnibus -il cosiddetto “11. Yargı Paketi” (Undicesimo Pacchetto Giustizia)- introdurrebbe in Turchia nuovi reati penali e limiti al codice civile con impatti diretti su persone e associazioni Lgbtqia+. Tra le misure previste: la criminalizzazione di comportamenti giudicati “contrari al sesso biologico e alla morale generale” e della loro presunta “promozione”; l’innalzamento a 25 anni dell’età minima per l’accesso a cure di affermazione di genere; sanzioni fino a sette anni per il personale sanitario che le fornisca oltre tali limiti; nonché la possibilità di perseguire chi partecipi a cerimonie di fidanzamento o matrimonio tra persone dello stesso sesso, con pene fino a quattro anni. Le modifiche includono un’estensione dell’art. 225 del codice penale (“atti osceni”), con pene fino a tre anni di reclusione e potenziali effetti su media e organizzazioni della società civile.

“Portare capi d’accusa contro persone per la loro identità di genere o orientamento sessuale è una profonda violazione della dignità umana ed è una oppressione creata dallo Stato”, ha dichiarato Hugh Williamson, direttore per Europa e Asia Centrale di Human Rights Watch, chiedendo il ritiro immediato delle proposte. Williamson ha inoltre sollecitato Unione europea e Consiglio d’Europa a utilizzare “tutti i canali diplomatici e politici” affinché la legge non prosegua il suo iter. 

Secondo HRW, la bozza, trapelata alla stampa, andrebbe a modificare anche l’art. 40 del codice civile (“cambio di sesso”), imponendo infertilità permanente come condizione per gli interventi e richiedendo valutazioni multiple da ospedali approvati dal governo. La riforma renderebbe perseguibili anche le persone trans che ricevessero cure ritenute illegali.

HRW ricorda che la Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso Bayev, ha già valutato incompatibili con la Convenzione norme analoghe che mirano a reprimere informazione, espressione e identità Lgbtqia+.

Il 19 ottobre, quindici associazioni turche Lgbtqia+ hanno diffuso una dichiarazione congiunta dal titolo “Siamo tuttə nel mirino: non faremo passare l’11° Pacchetto Giustizia!”, definendo il testo “un attacco totale allo stato di diritto, alla democrazia, ai diritti umani e alla pace sociale” e denunciando che il pacchetto mira a criminalizzare esistenza, legami affettivi e perfino la presenza digitale delle persone Lgbtqia+.

“Con chiarezza incrollabile -dichiarano le associazioni- diciamo che questo pacchetto non è solo contro la nostra esistenza, ma contro l’ideale di uguaglianza e libertà in Turchia”, e avvertono che la clausola che punisce chi “agisce in modo contrario al sesso biologico e alla morale generale, o incoraggia, elogia o promuove tali comportamenti” trasforma in reato chi siamo, come viviamo e chi amiamo. Le associazioni annunciano mobilitazioni perché il testo “non arrivi nemmeno in commissione”.

Tra i firmatari figurano, tra gli altri: SPoD (Sosyal Politika, Cinsiyet Kimliği ve Cinsel Yönelim Çalışmaları Derneği – Studi su Politiche Sociali, Identità di Genere e Orientamento Sessuale), Kaos GL (Kaos Gey ve Lezbiyen Kültürel Araştırmalar ve Dayanışma Derneği – Associazione per Studi Culturali e Solidarietà Gay e Lesbica), Lambdaistanbul LGBTİ+ Derneği (Associazione Lambdaistanbul Lgbtqia+), Pembe Hayat Derneği (Associazione Vita in Rosa, persone trans) e LİSTAG (LGBTİ+ Aileleri ve Yakınları Derneği – Associazione di famiglie e affini Lgbtqia+).

Le sigle sottolineano che la riforma alzerebbe l’età per la chirurgia di affermazione di genere da 18 a 25 anni, inasprendo le condizioni e minacciando con il carcere perfino cerimonie simboliche tra persone dello stesso sesso. 

HRW avverte che le nuove fattispecie penali permetterebbero la detenzione cautelare e spingerebbero le cure in circuiti non regolamentati, con rischi di sfruttamento e complicanze mediche. L’organizzazione richiama gli obblighi internazionali assunti da Ankara -tra cui CEDU, ICCPR e ICESCR- e ribadisce che “morale pubblica” e “famiglia” non sono giustificazioni per violare uguaglianza, salute ed espressione. 

Le associazioni turche, intanto, fanno appello a movimenti sociali, sindacati, mondo della cultura e della ricerca a unirsi: “Non ci piegheremo all’arbitrio; manderemo questo testo nel bidone della storia”. La nota ricorda arresti e censure recenti ai danni di media e di attivistə e ribadisce che “la libertà delle persone Lgbtqia+ è una ricchezza per l’intera società”. 

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