Criminalizzazione delle persone LGBTQIA+ in Niger: tradizione inventata, geopolitica, diritti
Il nuovo Codice Penale del Niger e la svolta repressiva
Il Niger è appena entrato tra i Paesi con la legislazione più repressiva nei confronti delle persone LGBTQIA+. Dietro questa svolta, però, c’è un’idea di “tradizione” utilizzata come strumento politico.
Il Presidente Abdourahamane Tchiani ha imposto la “Ordonnance n° 2026-09”, contenente il nuovo Codice Penale del Paese. L’ordinanza, firmata il 26 Febbraio 2026, è emersa solo di recente sui media internazionali. La “Sezione IV” colpisce “omosessualità o atti osceni su persone dello stesso sesso” e colloca il Niger tra gli Stati colle leggi più repressive contro i diritti LGBTQIA+ in Africa: “pratiche Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer, Intersessuali, Asessuali [!]” e il “cambio di sesso” sono puniti fino a 10 anni di carcere e una multa fino a 152.000 euro; sposi, testimoni, officianti e organizzatori di matrimoni tra persone dello stesso sesso rischiano fino a 20 anni di carcere; chi gestisce o finanzia organizzazioni ed eventi è punito con una multa fino a 762.000 euro (1).
Già a Maggio, il Ministro della Giustizia e dei Diritti dell’Uomo, Alio Daouda, aveva annunciato che il nuovo Codice avrebbe criminalizzato tutte le pratiche LGBTQIA+ contrarie ai “valori sociali e culturali”. Una scelta giustificata in nome della “tradizione” nazionale contro le influenze occidentali. Ma questa retorica solleva alcune domande: chi decide cosa sia davvero una tradizione? Quanto di ciò che viene presentato come eredità del passato appartiene, invece, alla Storia recente?
L’invenzione della tradizione
Il concetto di “invenzione della tradizione” descritto da Hobsbawm e Ranger nel 1983 offre ancora oggi una chiave interpretativa efficace per la lettura del presente; anche in Africa. Hobsbawm definisce le “tradizioni inventate” come «un insieme di pratiche, in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e dotate di una natura rituale o simbolica, che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità col passato […] un passato storico opportunamente selezionato» (2). Molte pratiche, presentate come antiche, hanno in realtà origine recente: non falsificazioni della Storia; piuttosto, selezioni del passato da parte di società e istituzioni, funzionali al presente. A quale scopo? Per rafforzare la coesione sociale e il senso di appartenenza, legittimare istituzioni e rapporti d’autorità, inculcare valori e modelli di comportamento (3).
Il mito dell’Africa eterosessuale
Usiamo queste nozioni come strumenti, per comprendere la realtà africana. Lo storico Epprecht, in “Heterosexual Africa?” (4), sostiene che l’idea di un’Africa intrinsecamente ed esclusivamente eterosessuale sia una costruzione culturale e politica, sviluppata tra età coloniale e postcoloniale. Una rappresentazione elaborata da missionari, amministratori coloniali, antropologi, élite africane e, più recentemente, operatori sanitari. Le loro ricostruzioni possono «anche aiutarci a capire perché alcune persone oggi, inclusi quegli africani che per il resto sono fortemente critici nei confronti del colonialismo, del razzismo e del sessismo, rimangano attaccati e difendano le nozioni dell’era coloniale di un’incrollabile eterosessualità africana» (5).
I primi osservatori europei interpretarono le società africane attraverso categorie occidentali. Concentrarono l’attenzione su pratiche ritenute problematiche (poliginia, rituali tradizionali, matrimoni precoci, mutilazioni genitali femminili), ignorando gran parte delle realtà non eterosessuali. Quando relazioni tra persone dello stesso sesso, matrimoni tra donne, ruoli di genere non binari emersero, vennero interpretati come anomalie o influenze esterne. L’assenza di testimonianze fu scambiata per prova della loro inesistenza. Dopo l’indipendenza, molti Stati fecero propria questa rappresentazione.
Per Epprecht, questo processo costituì un vero meccanismo di produzione del sapere: l’invisibilizzazione delle realtà non eteronormate contribuì a creare l’idea di un’essenza africana eterosessuale. Ma su questo punto occorre essere chiari: non si deve credere che le società africane fossero aperte alle attuali identità LGBTQIA+, categorie che allora semplicemente non esistevano. Epprecht sostiene che l’idea di un’Africa intrinsecamente e solo eterosessuale sia il risultato di un processo storico di selezione e costruzione del sapere, poi trasformato in “tradizione”.
Cosa dice la storia
La ricerca storica e antropologica restituisce davvero un panorama ricco e complesso. Le forme di organizzazione della sessualità e del genere non sono mai state uniformi nel continente africano.
In “Boy-Wives and Female Husbands”(6), gli antropologi Murray e Roscoe documentano forme di unione non eteronormate diffuse in diverse regioni. Tra gli Azande dell’attuale Repubblica Democratica del Congo, erano attestate relazioni istituzionalizzate tra guerrieri adulti e giovani uomini; unioni che prevedevano persino il pagamento del prezzo della sposa alla famiglia del ragazzo. In altre regioni, matrimoni tra donne permettevano di trasmettere patrimonio e status sociale in modalità del tutto estranee alle categorie familiari europee. In Angola, i Chibados, uomini che adottavano ruoli femminili, erano già noti ai missionari portoghesi del Seicento.
L’antropologa Amadiume, in “Male Daughters, Female Husbands”(7), mostra invece che, nella società igbo della Nigeria, il genere non coincideva rigidamente col sesso biologico. Le “figlie maschi” e i “mariti femmine” erano ruoli sociali e giuridici, che ridefinivano parentela, stato sociale, eredità e autorità; non erano certo identità sessuali nel senso contemporaneo del termine.
Questi esempi sono distanti tra loro nel tempo e nello spazio. Tuttavia, sono sufficienti a incrinare l’idea che la varietà di genere e sessuale sia un’invenzione straniera estranea alla storia africana. L’analisi delle realtà evidenzia quanto sia selettiva la memoria storica utilizzata oggi dai governi locali. Il richiamo alla tradizione si rivela, ancora una volta, uno strumento politico contemporaneo.
Il caso storico degli Yan Daudu
Torniamo al Niger. Anch’esso offre un esempio della complessità storica africana. Nella società hausa, diffusa nel sud del Paese e nel nord della Nigeria, è storicamente documentata la figura degli Yan Daudu. In “Allah made us” (8), l’antropologo Gaudio li descrive come uomini che adottano abiti, modi di parlare, movenze e comportamenti associati al mondo femminile; svolgono attività considerate femminili, come la preparazione e vendita di cibo o i servizi durante feste e cerimonie; occupano una posizione sociale riconosciuta. Alcuni intrattengono relazioni con uomini, ma è fuorviante identificarli con la categoria di gay. Nella società hausa, rappresentano un ruolo di genere e una funzione sociale, non un’identità sessuale nel senso attuale.
La loro esistenza dimostra che la società hausa organizzava le differenze di genere secondo categorie proprie, diverse dall’eteronormatività contemporanea e dalle attuali categorie LGBTQIA+. Ciò non significa che sia una società tollerante: Gaudio sottolinea che gli Yan Daudu sono figure visibili e riconosciute, ma spesso oggetto di derisione e disapprovazione morale. Oggi, però, vivono in un contesto profondamente mutato, segnato dalla crescente influenza di correnti religiose conservatrici e dalla moralizzazione della sessualità.
L’ambivalenza tra integrazione e stigma rende questo caso un perfetto esempio di studio. Gli Yan Daudu dimostrano l’esistenza non di identità LGBTQIA+ ante litteram, ma di forme storiche di organizzazione del genere incompatibili con l’idea di un’Africa ontologicamente e solo eterosessuale. Proprio per questo, mostrano la selettività del racconto della “tradizione”: quando il potere politico invoca un passato monolitico, alcuni elementi vengono ricordati, altri rimossi; anche questa è una forma di invenzione della tradizione.
Il paradosso del Diritto coloniale
La vicenda nigerina presenta un ulteriore paradosso. La retorica ufficiale denuncia l’omosessualità come un’importazione occidentale, ma la storia del Diritto racconta altro. A differenza di molte colonie dell’Impero britannico, quelle francesi ereditarono il principio della Rivoluzione del 1789 e poi del Codice napoleonico: i rapporti consensuali tra adulti dello stesso sesso non costituivano reato. Per gran parte della sua storia indipendente, il Niger non ha conosciuto una legislazione, che criminalizzasse l’omosessualità. Ciò significa che l’attuale svolta repressiva è una precisa scelta politica recente (9).
Invenzione della tradizione e consenso politico
A questo punto diventa più chiara la domanda iniziale: a quale scopo? Nel caso nigerino, la selezione della tradizione serve a rafforzare la coesione sociale e a legittimare un rapporto d’autorità.
Il contesto politico nigerino spiega questa necessità. Abdourahamane Tchiani e la giunta militare hanno preso il potere con un colpo di Stato nel 2023, destituendo il Presidente eletto e sciogliendo i partiti. Privo di un mandato elettorale, il nuovo potere usa la criminalizzazione del mondo LGBTQIA+ come uno strumento populista e moralistico in chiave anti-occidentale, per consolidare il consenso interno. La retorica della “tradizione” permette al regime di costruire consenso, individuando un bersaglio interno da contrapporre alle presunte influenze esterne.
Il contesto sociale favorisce questa strategia. Secondo Afrobarometer (2023), il 94% degli intervistati non gradirebbe un vicino di casa omosessuale. In un simile scenario, la criminalizzazione delle persone LGBTQIA+ rafforza il consenso, non lo erode.
Il governo nigerino presenta le nuove norme come una difesa dell’autenticità africana contro la decadenza dell’Occidente. Tuttavia, il linguaggio della propaganda politica, le espressioni quali “lotta all’ideologia gender” o “guerra alla decadenza morale” non sono autoctoni; sono formule retoriche, che circolano da anni all’interno di reti transnazionali. Queste vengono alimentate da attori religiosi e politici esterni, inclusi gruppi ultra-conservatori globali e strategie di soft power geopolitico. La difesa della “tradizione” si mostra così, anche in Niger, come un intreccio di influenze e un prodotto della globalizzazione culturale.
Geopolitica e “Culture War”: influenze politiche e religiose
Il politologo Bob, in “The Global Right Wing and the Clash of World Politics” (10), descrive queste dinamiche come parte integrante delle “culture wars”: conflitti ideologici globali in cui reti religiose e politiche conservatrici, di ispirazione soprattutto statunitense e oggi anche europea, si mobilitano su scala internazionale contro i diritti LGBTQIA+ e la salute riproduttiva. In tale quadro, prendono forma alleanze trasversali tra soggetti di tradizioni religiose diverse (Cristianesimo evangelicale, cattolici conservatori e fondamentalismi islamici), accomunati dalla difesa della famiglia cosiddetta “tradizionale” e dall’opposizione alla presunta “ideologia gender”.
Anche in Africa, il lavoro del Pastore e attivista Kaoma, “Christianity, Globalization, and Protective Homophobia” (11), evidenzia che numerose organizzazioni evangeliche statunitensi (American Center for Law and Justice, Family Watch International) ed europee (Ordo Iuris, La Manif Pour Tous, Christian Voice) hanno costruito reti di finanziamento, formazione, propaganda e pressione; esse incidono sul dibattito pubblico e, indirettamente, sui processi legislativi. Attraverso ONG, consulenze legali, conferenze, campagne mediatiche, queste organizzazioni diffondono una visione eteronormativa e presentano i diritti LGBTQIA+ come un neocolonialismo culturale.
Il paradosso è evidente: la retorica politica che rivendica la purezza e l’autenticità della “tradizione” africana circola in realtà attraverso canali, finanziamenti, conferenze, campagne di comunicazione marcatamente transnazionali. Ciò non significa che le organizzazioni estere determinino in modo automatico le decisioni dei governi in Niger o altri Stati africani. Piuttosto, esse diffondono repertori argomentativi e linguaggi politici pronti all’uso. I regimi autoritari o le giunte militari possono attingere a quei modelli secondo le proprie convenienze di politica interna. Insomma, la “tradizione”, pur invocata come fondamento identitario antico, si rivela l’esatto contrario: il prodotto contemporaneo di una storia globale di circolazione e rielaborazione delle idee.
La Russia e i “valori tradizionali”
Accanto alle reti religiose conservatrici, opera un’altra forma di diplomazia culturale e influenza transnazionale. Secondo “The Moralist International” di Stoeckl e Uzlaneri (12), la Russia putiniana ha fatto della difesa dei “valori tradizionali” uno strumento di politica estera e soft power, per consolidare la propria influenza geopolitica. Mosca combina cooperazione militare, relazioni diplomatiche, comunicazione e il ruolo internazionale della Chiesa ortodossa, per promuovere una coalizione conservatrice fondata sulla difesa dei “valori tradizionali”. Nel Sahel, dove Niger, Mali e Burkina Faso hanno rafforzato i rapporti col Cremlino dopo la rottura colla Francia, questo repertorio retorico, che oppone sovranità culturale e universalismo dei diritti umani, trova terreno favorevole e alimenta il discorso politico sulla difesa dell’identità culturale.
Conclusioni: la tradizione come costruzione storica e campo di conflitto
Torniamo alla domanda iniziale: chi decide cosa sia una tradizione? Il presente. Ogni società seleziona il proprio passato e lo rilegge secondo i bisogni del momento. Il caso del Niger mostra come la tradizione possa diventare uno strumento di legittimazione politica, alimentato anche da dinamiche globali. Quando viene presentata come una verità naturale, anziché come una costruzione storica, diventa facilmente un mezzo di esclusione e repressione.
Nota a margine
Un’ultima osservazione che dice molto anche della qualità tecnica del provvedimento. Tra le pratiche punite, il nuovo Codice Penale nigerino elenca fantomatiche “pratiche asessuali”. La formulazione ha suscitato dibattito nella comunità asessuale: qualcuno (persona arguta e di intelligente ironia) ha scherzato, chiedendosi se una pratica asessuale sia l’andare a letto in due e limitarsi a dormire. La battuta strappa un sorriso, ma dura poco. Dietro una formulazione tanto confusa si cela, infatti, una legge destinata a incidere in modo intollerabile sulla vita di persone reali, esponendole a carcere, gogna, persecuzione giudiziaria e trattamenti inumani e degradanti. Un legislatore, che disciplina realtà che non conosce, fino a creare categorie giuridiche oscure, dimostra il vero intento della norma. Quel linguaggio è costruito per la mobilitazione ideologica, non per un’autentica necessità normativa.
Note
(1) [art. 390] chi “commette un atto osceno o contro natura o pratiche Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer, Intersessuali, Asessuali [sic!]”, chi “ostenta pubblicamente la sua relazione amorosa con una persona dello stesso sesso o chi cambia o tenta di cambiare artificialmente il suo sesso di nascita” è punito colla detenzione fino a meno di 10 anni e un’ammenda fino a 100 milioni di Franchi CFA. [art. 391] Chiunque “contragga un matrimonio con una persona dello stesso sesso”, l’officiante, i testimoni, gli organizzatori e le “persone che abbiano dato il loro consenso per la celebrazione del matrimonio” sono puniti colla detenzione fino a 20 anni. [art. 392] Chiunque “gestisca, diriga, faccia funzionare, finanzi, contribuisca a finanziare o a sponsorizzare club, avvenimenti, società, organizzazioni o associazioni per omosessuali o LGBTQIA+, direttamente o indirettamente, è punito con un’ammenda” fino a 500 milioni di Franchi CFA.
(2) Hobsbawm, “Come si inventa una tradizione”, in Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger (a cura di), “L’invenzione della tradizione”, Giulio Einaudi editore, 1987, pp. 3-4.
(3) Ivi, pp. 11-12.
(4) Marc Epprecht, “Heterosexual Africa? The History of an Idea from the Age of Exploration to the Age of AIDS”, Ohio University Press, 2008.
(5) Ivi, capitolo 2.
(6) Stephen O. Murray e Will Roscoe, “Boy-wives and Female Husbands: Studies of African Homosexualities”, Palgrave, 1998.
(7) Ifi Amadiume, “Male Daughters, Female Husbands: Gender and Sex in an African Society”, Zed Books Ltd, 1987.
(8) Rudolf P. Gaudio, “Allah made us: sexual outlaws in an Islamic African city”, Wiley-Blackwell, 2009.
(9) Cfr. Susanna Mancini, “Fantasie neocoloniali e guerre culturali globali: la recrudescenza delle legislazioni anti-gay in Africa”, in https://www.geniusreview.eu/wp-content/uploads/2026/01/Mancini_Fantasie.pdf
(10) Clifford Bob, “The Global Right Wing and the Clash of World Politics”, Cambridge University Press, 2012.
(11) Kapya Kaoma, “Christianity, Globalization, and Protective Homophobia: Democratic Contestation of Sexuality in Sub-Saharan Africa”, Palgrave Macmillan, 2017.
(12) Kristina Stoeckl e Dmitry Uzlaneri, “The Moralist International: Russia in the Global Culture Wars”, Fordham University Press, 2022.
