30 Agosto 2026
Articoli Asessuali

La frase sul Ministro danneggia la comunità trans e tradisce lo spirito del Pride


Il fatto: la frase da gossip del performer al Pride di Milano

Durante il Pride di Milano, un performer ha pronunciato una presunta rivelazione sulle pratiche, diciamo così, alcovistiche e orogenitali di un Ministro. I mezzi di informazione hanno già raccontato il fatto.

Non vogliamo aggiungere altro alla cronaca.

Ci interessa esternare il nostro malcontento e ragionare sul perché quella provocazione sia stata un errore politico, culturale dannoso per le stesse persone trans e per il Pride.

La strumentalizzazione delle persone trans nella polemica politica

In primis, la cosa più becera di quell’uscita è che chi voleva attaccare un avversario politico, ha finito per strumentalizzare le persone trans. Una roba degradante. Le persone trans sono soggetti del discorso, non strumenti di propaganda.

«Ti umilio, dicendo che vai con persone trans»: questa logica non parla dei loro diritti, della loro sicurezza, della discriminazione, della salute, del lavoro. No: le persone trans diventano oggetti retorici di una “boutade” (chiamiamola così) rivolta contro qualcun altro. È una violenza vera e propria!

C’è tanta eteronormatività introiettata e ipocrita in ciò: si pretende di stare su un carro del Pride, che dovrebbe decostruire lo stigma e poi si usa lo stesso stigma come clava politica. Uno schifo logico e morale clamoroso.

L’artefice di tutto, come folgorato sulla via per Damasco (più verosimilmente, valutando le conseguenze della querela), ha chiesto scusa al Ministro. E va pure bene, per carità. Ma dovrebbe chiedere perdono, prima di tutto, alle persone trans.

Tra satira e gossip: il confine della sfera privata

Può esserci un rapporto tra la satira del potere e la vita privata di un politico? No: la distinzione dev’essere fondamentale e netta. Ripetere aiuta: quello che fa una persona, indipendentemente dal proprio orientamento politico e sessuale, deve restare privato; quello che fa un politico nel suo letto, purché fondato sulla consensualità, non deve importare un fico secco.

La satira colpisce le contraddizioni pubbliche del potere. Se un politico promuove concetti discriminatori o falsi, quelli devono essere presi di mira. Ma, quando il dibattito diventa “chi va a letto con chi”, il messaggio si trasforma in: “sarebbe umiliante o scandaloso, se fosse vero”. Anzitutto, si veicola l’idea che certe pratiche sessuali o certi partner siano motivo di scherno; poi, si sposta il focus dalla responsabilità pubblica alla sfera privata (di cui non deve fregarcene nulla).

Accettiamo questo comportamento, quando è rivolto contro le persone LGBTQIA+, magari proprio per inficiarne le richieste? No. E allora non è un buon metodo politico. Di più: è il metodo dell’avversario; non deve divenire il nostro!

I diritti alla riservatezza e alla dignità, la separazione tra pubblico e privato devono valere anche per l’avversario. Altrimenti, non sono diritti: sono privilegi concessi agli amici. Il rispetto dell’avversario è rispetto di sé; non perché l’avversario “se lo meriti”; ma perché il modo, in cui trattiamo chi avversa le nostre idee, definisce chi siamo noi. Se, per criticare un politico, si deve chiacchierare della sua vita sessuale, si dice implicitamente che non se ne sono demolite le idee. Un fallimento!

Il Pride non è gossip: il peso della responsabilità pubblica

Il Pride nasce come rivolta, dalla memoria dei moti di Stonewall, dalla ribellione contro la violenza e l’umiliazione istituzionale. Si evolve in manifestazione politica, che usa il corpo, il travestimento, la festa, la parata rumorosa come strumenti di visibilità e rottura. Il Pride è provocazione. Ma non si deve credere che la trasgressione sia automaticamente efficacia.

Un conto è la provocazione politica, che scuote le coscienze, induce a pensare; un altro è lo scandalo, che parla alla pancia. Il cortocircuito è questo: si interrompe (e in modo non concertato) il Pride come atto di dissidenza e lo si trasforma nella parodia di se stesso. La rivelazione da capera ha rischiato di alterare la qualità politica del momento. E ha offerto su un piatto d’argento ai detrattori l’occasione di descrivere l’intera comunità come priva di contenuti.

Ogni manifestazione comunica sia a chi è già convinto sia a chi osserva dall’esterno. Il gossip offre agli avversari un frammento facilmente isolabile; tutto il resto sparisce: famiglie, associazioni, volontari, richieste legislative, testimonianze. È prevedibile che i media enfatizzino la frase fuori posto. Lo sappiamo: conta il titolo, non l’argomentazione. Se ne dovrebbe tenere conto. Invece, si è scelta l’impulsività stupida.

Parlare di idee, non di persone

“Menti grandi parlano di idee; menti medie parlano di fatti; menti piccole parlano di persone”. Quando si fa gossip, il rischio è che si trasformi il Pride in una sfilata di menti piccole.

I diritti si conquistano, parlando a chi ancora non è convinto. O, almeno, portando il dibattito su un piano di dignità democratica tale, per cui l’interlocutore non può liquidarlo con un’alzata di spalle. Le chiacchiere ottengono l’effetto opposto: minano il dialogo sulle idee; compattano la controparte, sempre pronta al vittimismo e a cogliere ogni occasione, per gridare al fango; scollegano la piazza dalla realtà quotidiana delle persone LGBTQIA+, che lottano per lavoro, sanità, sicurezza, tutele legali, questioni concrete.

Il danno dell’impulsività è intaccare il dibattito e rischiare di trasformare un momento di rivendicazione collettiva in avanspettacolo. Chi prende un microfono davanti a migliaia di persone, si fa portavoce di qualcosa più grande di sé. Ciò comporta una responsabilità: ogni provocazione deve comunicare dei valori, anche impliciti. Il rumore di una singola frase può coprire le voci di migliaia di persone, che scendono in piazza mascherati e scherzosi, ma per motivi seri, drammaticamente seri.

Idee, non fattarelli; rivendicazioni, non gossip; mantenere alta la dignità del proprio agire e del proprio parlare.

Il contesto sociale e la tutela contro i crimini d’odio

Vi è poi una questione di sensibilità. Il Paese era ancora scosso da una tragedia: l’uccisione di un giovane e di sua madre da parte del padre, in un contesto familiare segnato dall’omofobia. Quando un fatto di sangue mostra tangibilmente le conseguenze dell’odio, il registro della comunicazione assume un valore particolare. Il dibattito pubblico deve concentrarsi sulle conseguenze dell’odio e della violenza, che continuano a gravare sulle persone LGBTQIA+.

E sulla discriminazione. Non dimentichiamolo: se una persona è violata o uccisa in quanto lesbica, gay, bisessuale, transgender, queer, intersessuale, asessuale, il nostro sistema giuridico non riconosce quel fatto come crimine d’odio con aggravanti specifiche; al più, lo tratta come reato comune, aggravato da motivi abietti o futili. Riconosce penalmente dei fatti e non altri, i cui effetti sono identici, ma le cui vittime non riscuotono le simpatie della maggioranza. Ciò “grazie” proprio a quei politici, di cui si è voluto raccontare il pettegolezzo e non l’operato discriminatorio.

Ecco perché non si deve abbassare la guardia: se, nel momento della contestazione, si abbandonano le idee e si scade nella bassezza, si negano i fondamenti culturali da difendere e, peggio, si adotta il linguaggio culturale dell’avversario. Non è moralismo; è chiedersi costantemente quale discorso pubblico si voglia alimentare e a quale prezzo.

Conclusioni

Torniamo all’inizio: perché riteniamo che quella frase sia stata un errore? Ha interiorizzato la grammatica culturale, che la manifestazione è nata per contestare. Ha trasformato le persone trans in uno strumento retorico. Ha spostato il focus dalla responsabilità pubblica alla vita privata di un politico. Ha rischiato di oscurare le rivendicazioni lunghe oltre cinquant’anni.

Una comunità politica si giudica anche dalle sue scelte comunicative; la forza della sua rivendicazione dipende anche dal linguaggio usato. Se adotta i meccanismi simbolici della controparte, snatura se stessa. La provocazione è parte della storia del Pride. Il pettegolezzo no.

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