14 Settembre 2026
Articoli Asessuali

Keshet? Sono piazzisti in cerca di visibilità gratis. Ma il problema dell’inclusione rimane

Keshet e la pantomima di stagione

Ci sono cose che segnalano il cambio di stagione. Quando Salvini trova una scuola elementare di qualche strana provincia che  non ha fatto cantare le canzoncine di Natale ai bambini, e scoppia la polemica sui giornali, è l’ora di fare l’albero. 

Il pride, negli ultimi anni viene annunciato dal pianto di un gruppo particolare, Keshet, sedicente associazione ebraica Lgbtqia+ (ehi: hanno messo la “A”: dobbiamo preoccuparci?).

Di solito funziona così: Keshet, giorni prima della parata di un pride (quest’anno è stato Roma, l’anno scorso ci provarono a Prato) chiede di partecipare “con i loro simboli”. Vale a dire una stella di David messa là per fare casino.

Keshet riesce a non dare notizia di sé per tutto l’anno. Gli inviti ai confronti con i vari comitati pride, credo che non vengano neanche letti.

Ma a due giorni dal pride, si risveglia il loro spirito civico: fanno domanda di partecipazione alla parata “con i loro simboli”. 

A questo punto, mettono in pista i due comunicati stampa-base, che probabilmente hanno già mandato ai giornalisti amici.

Opzione 1) Il comitato pride rifiuta la loro partecipazione. Per questioni di ordine pubblico, perché mancano due giorni alla parata e loro non sono speciali, o perché non c’è abbastanza sicurezza da mettersi attorno a due coglioni che si divertono a “provocare” con la bandiera di Israele. Oppure perché hanno letto il gioco, e non sono d’accordo con quello che Keshet porta. Il comunicato stampa numero uno accusa il comitato pride di essere a scelta antisemita, terrorista o filo islamico (“eh… sapeste cosa succede ai gay nei paesi islamici…”). 

Opzione 2) Vengono fatti sfilare e qualcuno, tra migliaia di partecipanti, si rivolge ai sostenitori di uno stato genocida (per quanto con tutti i benaltrismi, “ma Israele ha fatto anche cose buone”) con termini inequivocabili come “birboncelli”. In quel caso parte il comunicato stampa numero due. “Gli ebrei” sono stati “aggrediti” da gruppi di terroristi, antisemiti eccetera.

In entrambi in casi, sui giornali, assieme al frutto del lavoro dei comitati pride, appare anche l’articolo che parla di “censura” (caso 1) o “aggressione” (caso 2).

Keshet chiama, i “liberali” si strappano i capelli

Da qui, gente che non aveva neanche mai pensato di marciare a un pride, sfodera la propria anima liberale, o ciò che ne rimane e chiede inclusione in uno spazio che vorrebbe vietato.

Lezioni di democrazia vengono fatte da sostenitori delle politiche contro l’immigrazione, contro chi lavora, contro chi protesta.

I social si scaldano. “Non siete democratici perché non volete il dissenso”. Capirai, da che pulpito.

Alla fine, questi morti di fama hanno ottenuto il loro fine: esistere per una settimana senza fare altro che riproporre la solita retorica, di chiedere tribuna in spazi che si disprezzano durante l’anno, ma che fanno gola quando danno visibilità.

E allora Keshet fa questa pantomima ogni anno. Come la hit latinoamericana che annuncia l’estate, la polemica sulle canzoncine di Natale, il Festival di Sanremo. Le stagioni che cambiano.

Le persone ebree Lgbtqia+ si meritano di più di questi venditori di pentole di quart’ordine che si vedevano nelle fiere di paese.

Soprattutto i gay israeliani meritano di più, stretti tra un governo sempre più orientato al fondamentalismo religioso, con ciò che ne consegue, il tutto coperto da un goffo tentativo di rainbow washing al quale non crede più nessuno, e lo stigma che si portano dietro in Occidente, dove avrebbero cittadinanza in quanto persone Lgbtqia+, ma dove non possono nascondere troppo la macchia di venire da Israele e di essere, probabilmente loro malgrado, identificati come provenienti da un paese genocida.

Ma per Keshet è più importante vedersi strappare la bandiera da qualche esaltato di qualche “collettiva” per avere tre righe sul giornale.

Che poi mi chiedo: ma come faranno, ogni anno, ad avere tutto questo spazio sui media, quando associazioni ben più numerose (e attive) devono faticare per essere ascoltate?

Gay conservatori. Non dovete convincere noi

I “gay conservatori e liberali”, dichiarano di volere marciare a Roma con il tricolore. Che senso ha marciare con il tricolore ad un pride, se non quello di volerlo vedere strappato?

(Nota dell’autore: vogliono “marciare a Roma” con il tricolore… l’ho riletta e la lascio così, Freud avrebbe molto da dire)

Ho ascoltato l’intervento di Moris Battistini (spero di non sbagliarmi), che fa parte di questi “gay conservatori” al congresso di Certi Diritti, sabato scorso: un intervento urlato, pieno di riferimenti terra-terra come “i gay suicidi” (così: senza riferimenti, né numeri) e “i ragazzi con i pantaloni rosa” che sembravano presi più da un Bignami letto al cambio dell’ora, che provenire da una persona che fa attivismo. Sembrava più che volesse vendere una pozione magica ai “rustici” che una persona a presentava un progetto politico davanti a una platea di persone che potevano saperne, in materia, molto più di lui.

Pride: visibilità a poco costo, ma troppo peso rompe il giocattolo

I pride sono diventati sempre più dei luoghi da sfruttare per ottenere visibilità. 

Chi sta dietro ai pride non regge più il peso dei vari “parassiti” che godono di quel palcoscenico a costo quasi zero. 

Il confronto è impietoso: l’organizzazione di un pride dura un anno e coinvolge decine di persone. La “provocazione”, si fa in tre in poco più di mezza giornata, viaggio e intervista alla “zanzara” inclusi. 

Le rivendicazioni dei pride, poi, si sono allargate oltre i limiti sostenibili, talvolta anche a discapito delle ragioni della comunità stessa. 

L’intersezionalità è diventata tuttologia. I comitati fanno campagna, in prima persona, per questioni geopolitiche estranee al mondo Lgbtqia+, fanno campagne referendarie o di sostegno, diretto o indiretto, a qualche politico locale, dove le ragioni della comunità sono di contorno o quasi. Per il momento, ma solo per il momento, non si è visto un comitato pride prendere la parola per l’elezione papale. Forse perché l’ultima volta, la maggior parte di loro erano troppo impegnati a piangere la scomparsa di un omofobo dichiarato come Francesco.

E la comunità aroace, purtroppo, ne sa qualcosa. Le nostre ragioni sono state messe troppo spesso ai margini di questo mondo. Una cosa della quale si parla “quando c’è tempo”. 

Dieci anni fa, la partecipazione dei gruppi ace ai comitati pride fu un’occasione per portare a conoscenza la nostra identità ad un pubblico più ampio. Oggi, nel 2026, far valere le nostre ragioni all’interno dei comitati (il pubblico dobbiamo raggiungerlo da soli) è diventato uno sforzo che, forse, non vale più la pena continuare a fare.

La comunità intersex, è messa quasi peggio. 

La comunità trans, poi, è un discorso a parte: rischia di essere una moneta di scambio. Si vuole arrivare a “scaricare” questa comunità da parte del mondo “arcobaleno”, dando le persone trans in pasto alla destra. In questo modo, ottenere la “normalizzazione sociale” delle famiglie monogame, amatonormative e allosessuali formate da due persone dello stesso sesso, e prole varia. Love is love, ed il resto crepi. 

Ci sono già parti del movimento L-G che non fanno mistero di questo. Ma meriterebbe un articolo a sé, lasciamo la tuttologia ad altri.

Non esistono fanatismi migliori di altri

I documenti politici dei pride, ai quali si fa spesso riferimento per misurare l’appartenenza o meno di un qualche gruppo, sono grossi raccoglitori di un po’ tutto, dall’omofobia alle famiglie, dalla Palestina al traffico, nei quali è facile trovare un elemento di inclusione o di esclusione buono per chiunque. 

Per cui, di volta in volta, si possono includere o escludere i gruppi palestinesi o i dissidenti iraniani, i rifugiati ucraini o i sostenitori “antimperialisti” del governo russo, il tutto secondo le mode e gli interessi del momento.

Con la stessa logica, domani Keshet potrebbe essere invitata ad aprire il pride allo striscione.

In tempo di polarizzazione e fanatismo, ascoltare è dovere di chi fa parte di una minoranza. Non accettare acriticamente, ma neanche conoscere gli altri solo per farli passare da idioti. Si deve ascoltare e separare ciò che vale la pena, dalle cazzate. E ce ne sono, di cazzate, in casa di tutti, compresa la propria.

Perché ebrei, gay, atei, migranti, anarchici, libertari, e tutte le altre persone “strane”, alla fine, hanno sempre preso bastonate da tutti i fondamentalismi. E non ha molto senso continuare a chiederci quali bastonate saranno più accettabili. Meglio finire in un quasi lager negli Usa perché migranti o in galera in Russia per “propaganda gay”? è più democratico e liberale essere impiccati in Israele o antimperialista e solidale a Teheran? Si apra il dibattito.

Perché appena il fanatismo ha preso piede, le donne sono sempre finite costrette al ruolo di fattrici, fosse per la patria, per il popolo o per qualche dio, immaginario o meno. 

Qualcuno deve fuggire dalla propria terra perché cacciato con il diritto delle armi. Quando si discute di quale gruppo abbia più cittadinanza dell’altro, si è parte del problema, non della soluzione.

La pace si costruisce con gli altri. Non si impone. Lo so, è una frase fatta come quella di Battistini sui pantaloni rosa.

La pace non si costruisce sparando al vento, e andando a piangere sul Giornale o su Libero, che si ricordano del pride solo quando Keshet viene esclusa o aggredita. Non si fa andando a contare sette a sette i peli del culo di ognuno per vedere quanto sia “antisionista”.

La pace la dobbiamo creare perché ci conviene, perché è l’unico momento nel quale noi persone “strane” possiamo esistere senza avere paura.

Ci sono persone Lgbtqia+ ebree (israeliane o meno), cristiane, islamiche ed atee, ci sono persone Lgbtqia+ russe, che si sono viste chiudere dietro un muro nel 2022 vedendosi attribuite le colpe di un governo che le ha colpite per prime. Ci sono persone Lgbtqia+ arabe, palestinesi, che forse possono vedere con un occhio un po’ critico il sostegno totale dato a certi gruppi. O ucraini, stretti in una morsa tra un paese nazionalista e omofobo, e un governo che fa rainbow washing (lo fa da ben prima dell’invasione) per accattivarsi l’occidente. 

Ci sono persone Lgbtqia+ che votano a destra, facciamocene una ragione. Non sono molte (anche per una questione di sopravvivenza), ma ci sono. Hanno il diritto di essere ascoltate, e, prima, il dovere di ascoltare. 

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