Il doppio volto dell’Indonesia nei confronti delle persone queer
Un articolo del ricercatore indipendente Shaan Amin affronta un tema poco conosciuto in occidente, ovvero l’omofobia e la queerfobia nel sud est asiatico e in particolare in Indonesia. L’analisi di Amin mostra come nel popoloso paese musulmano l’omofobia non si presenti come un blocco unico e coerente, ma come un fenomeno diviso e contraddittorio, che prende forma in almeno due modalità diverse all’interno dello Stato e della società. Questa frammentazione costringe le organizzazioni LGBTIQA+ a muoversi in uno spazio politico ambiguo, fatto allo stesso tempo di repressione aperta e di forme paradossali di inclusione.
Da un lato c’è quella che può descriversi come un’omofobia apertamente repressiva, portata avanti soprattutto da apparati di sicurezza, autorità locali e settori conservatori delle istituzioni. In questa visione, le persone LGBTIQA+ sono considerate una minaccia morale o sociale e vengono trattate come qualcosa da eliminare dallo spazio pubblico. Ciò si traduce in raid della polizia, censura dei contenuti mediatici, uso di leggi sulla decenza o sulla pornografia per giustificare arresti e intimidazioni, e in generale in un clima di paura che mira a rendere invisibile le persone queer.
Accanto a questa forma dura di esclusione, però, ne esiste un’altra più sottile e meno evidente, che Amin definisce “paternalistica”. In questo caso alcune istituzioni statali non negano del tutto l’esistenza delle persone LGBTIQA+, ma le riconoscono come un gruppo “problematico” o “vulnerabile”, da gestire attraverso politiche sociali, sanitarie o assistenziali. L’inclusione, qui, non è basata sul riconoscimento di diritti o autodeterminazione, ma su una logica di controllo: le persone queer vengono accettate solo a patto di rientrare in categorie stabilite dallo Stato e di conformarsi a un’immagine depoliticizzata e normalizzata. Come se non essere cisetero fosse un “problema” tollerato dallo stato.
È proprio questa coesistenza di repressione e gestione che rende complesso il lavoro delle organizzazioni LGBTIQA+ in Indonesia. Alcune scelgono di mantenere una distanza dalle istituzioni, costruendo reti autonome di supporto, come servizi sanitari, educativi o spazi comunitari, per proteggere le persone queer dai rischi della visibilità. Altre, invece, cercano di collaborare con specifici enti statali per ottenere risorse, legittimità o accesso ai servizi, pur sapendo che questa cooperazione comporta compromessi e il rischio di essere sorvegliate o strumentalizzate.
Le politiche statali verso le persone LGBTIQA+ in Indonesia non sono semplicemente oppressive, ma profondamente contraddittorie. In questo spazio instabile, le organizzazioni queer non sono solo vittime, ma anche attori che negoziano, aggirano e talvolta sfruttano le crepe del sistema per garantire sopravvivenza, dignità e sostegno alle proprie comunità.
