17 Maggio 2026
Articoli Asessuali

What (Asexual) Women Want

Lo scorso 5 Febbraio, per gli “Archives of Sexual Behavior” della casa editrice accademica tedesco-britannica “Springer Nature”, è stato pubblicato un articolo sul tema asessualità. Il titolo è “What Do Asexual Women Want? A Propensity Score Matching Study of Preferred Relationship Options and Ideal Partner Preferences”; è firmato dalle studiose Paula C. Bange, Laura J. Botzet, Amanda A. Shea, Virginia J. Vitzthum e Tanja M. Gerlach. Lo si può consultare liberamente all’indirizzo https://link.springer.com/article/10.1007/s10508-025-03365-2#Sec21.

È un testo encomiabile, anzitutto perché si pone esplicitamente nel solco di quella ricerca psicologica, che supera la visione riduttiva dell’asessualità. Si vuole smettere di considerare quest’ultima come “assenza di desiderio” e riconoscerla come una configurazione relazionale e identitaria autonoma.

Lo studio comparativo tra donne asessuali ed eterosessuali ha permesso di analizzare in modo sistematico come l’assenza di attrazione sessuale trasformi i criteri di scelta del partner, i modelli relazionali, l’autopercezione e le aspirazioni di vita. Ne emerge un quadro complesso e coerente: l’asessualità non è una mancanza, ma un modo diverso di vivere la connessione umana.

Relazioni e valori: una gerarchia diversa

Uno dei primi dati rilevanti riguarda il modo, in cui è concepita la relazione a lungo termine. Se nei modelli eteronormativi la monogamia tradizionale resta spesso il riferimento principale, tra le donne asessuali emerge una gerarchia di valori differente:

– maggiore importanza alle relazioni alternative impegnate, fondate su affinità emotiva e intellettuale, senza la fissazione sulla sessualità;

– valorizzazione della singletudine come scelta consapevole e appagante, non come condizione subita;

– minore interesse per il sesso occasionale e, in media, per la genitorialità.

La relazione è, quindi, definita da qualità del legame, stabilità emotiva e condivisione profonda, più che dall’ambito fisico.

Amore senza sesso: una distinzione fondamentale

Uno dei risultati più solidi dello studio riguarda l’interesse per le relazioni romantiche non sessuali. Molte donne asessuali intervistate desiderano legami sentimentali autentici, profondi e duraturi, ma separano nettamente l’amore dalla sessualità. Ciò che conferma una distinzione spesso trascurata culturalmente: attrazione romantica e attrazione sessuale non necessariamente coincidono.

Parallelamente, emerge un disinteresse quasi totale per le relazioni puramente fisiche, segnando una distanza netta dai modelli relazionali più diffusi nella cultura contemporanea.

Oltre la coppia tradizionale

Accanto alla monogamia classica, emergono modelli alternativi di intimità. Le “relazioni alternative impegnate” (nel testo “alternative committed relationship”) sono descritte come legami stabili e profondi, basati su amicizia, fiducia e supporto reciproco, senza componenti erotiche o romantiche. Queste relazioni offrono intimità senza sessualità, sostituiscono la coppia tradizionale per chi cerca stabilità senza eros e rispondono anche ai bisogni delle persone aromantiche.

La scelta della singletudine

Molte donne asessuali scelgono consapevolmente di non avere partner. Con ciò, eliminando la pressione legata all’intimità fisica, riducendo i conflitti nelle relazioni “miste” e favorendo l’autonomia identitaria ed emotiva. La singletudine diventa, così, una forma legittima di progettualità esistenziale, non una mancanza.

Chi è il “partner ideale” quando manca l’attrazione sessuale

Lo studio mostra che, eliminando il filtro dell’attrazione fisica, emergono valori universali. Sia per le donne asessuali che per quelle eterosessuali intervistate, i tratti più importanti in un partner restano gentilezza, supporto emotivo, intelligenza, istruzione. Questo suggerisce che la base della relazione umana, una volta rimossa la dimensione sessuale, resta emotiva e intellettuale.

Tuttavia, tra i due gruppi di donne, le differenze emergono su altri aspetti: minore importanza data all’attrattività fisica; minore rilevanza dell’esperienza sessuale; minore centralità a sicurezza, assertività e dominanza sociale.

Evoluzione, biologia e rottura dei modelli tradizionali

I risultati mettono in crisi le spiegazioni classiche della psicologia evoluzionistica, secondo cui le preferenze femminili sarebbero guidate da riproduzione e ricerca di partner capaci di garantire risorse, protezione e status. Nelle donne asessuali, questi criteri perderebbero forza: sicurezza economica e dominanza sociale diventano secondarie e l’idea del partner come “fornitore di risorse” si indebolisce. In assenza della spinta riproduttiva, la relazione perde la funzione biologica e ne assume una relazionale, identitaria e affettiva.

Autopercezione e identità

Un altro aspetto curioso e centrale di questo studio riguarda l’autovalutazione. Le donne asessuali intervistate hanno mostrato la tendenza a valutarsi meno positivamente in ambiti, quali attrattività, assertività, esperienza sessuale, sicurezza di sé. Anche se, precisano le autrici, questa percezione potrebbe non riflettere una realtà oggettiva, quando piuttosto condizioni (pressione dei modelli eteronormativi, stigma sociale, una cultura che lega valore personale e desiderabilità sessuale, tratti di personalità come modestia, onestà e bassa auto-esaltazione) non approfondite dalla loro ricerca. In ogni caso, l’oggettiva svalutazione rivela che l’identità asessuale si costruisce spesso in un contesto culturale, che non offre rappresentazioni positive e che rende anzi più fragile l’immagine di sé.

Genitorialità: un desiderio possibile, ma meno frequente

In media, le donne asessuali intervistate hanno mostrato un minore interesse per la genitorialità. Tuttavia, una parte significativa ha espresso un forte desiderio di avere figli. Ciò dimostra che asessualità e progetto familiare non sono incompatibili, anche se statisticamente meno comuni. Le difficoltà realizzative sono spesso strutturali: minore accesso a relazioni stabili, costi elevati per tecnologie riproduttive e adozione, scarso supporto sociale e istituzionale.

Un’identità autonoma, non derivata

Uno dei risultati più importanti dello studio è che le preferenze relazionali delle donne asessuali non dipendono semplicemente dal disinteresse per le relazioni. Anche controllando fattori come desiderio di sesso, desiderio di figli e propensione alla singletudine, il modello valutativo resta stabile. Questo indica che il modo di concepire il partner e la relazione è un tratto identitario autonomo, non una conseguenza secondaria dell’assenza di attrazione sessuale.

Tirando le somme

Nel suo insieme, questa ricerca restituisce un’immagine chiara e potente: l’asessualità non è una versione “ridotta” dell’eterosessualità, ma un modo diverso di abitare il mondo relazionale. Le donne asessuali non cercano meno, ma diversamente: ridefiniscono intimità, amore e legame; costruiscono modelli relazionali alternativi; separano affetto e sessualità; valorizzano la connessione emotiva e intellettuale; rivendicano il diritto di definire l’intimità al di fuori della biologia riproduttiva.

In una società che tende a identificare amore, relazione e sesso come un’unica cosa, questa ricerca sembra ribadire un messaggio semplice: esistono molti modi legittimi di amare, di legarsi, di costruire intimità e di essere umani; tutti meritano riconoscimento, dignità e comprensione.

Come è stato condotto lo studio: metodo, dati e rigore scientifico

Uno degli aspetti più rilevanti di questa ricerca non riguarda solo i risultati, ma il modo in cui sono stati ottenuti. Lo studio si distingue, infatti, per un’impostazione metodologica particolarmente rigorosa; vale la pena spendere due righe su di essa. Dal punto di vista divulgativo, infatti, è importante, perché questo modo di fare ricerca non patologizza l’asessualità (finalmente!), non la tratta come “assenza”, non la interpreta come deviazione, non la riduce a trauma o repressione. La affronta, invece, come una struttura relazionale autonoma, misurabile, coerente, stabile e scientificamente osservabile.

Il campione: l’analisi si basa sui dati dell’“Ideal Partner Survey”, un ampio questionario internazionale che ha coinvolto 447 donne asessuali e oltre 51.000 donne eterosessuali. Un ampio divario numerico che è stato affrontato con strumenti statistici specifici, per garantire la comparabilità tra i gruppi.

Il “propensity score matching”: onde evitare confronti distorti, le ricercatrici hanno utilizzato una tecnica chiamata “propensity score matching”. In termini molto semplistici, questo metodo rende i gruppi simili per età, istruzione, contesto sociale e altri fattori; isola l’effetto dell’orientamento sessuale; evita che le differenze osservate dipendano da variabili esterne. In pratica, non si confrontano “tutti con tutti”, ma gruppi statisticamente equivalenti, rendendo i risultati molto più affidabili.

Oltre la semplice “significatività statistica”: lo studio non si limita al classico approccio dell’indicare solo se un risultato è casuale o no, ma utilizza il più avanzato SESOI (Smallest Effect Size of Interest). Questo criterio permette di valutare se una differenza è non solo statisticamente presente, ma anche concretamente rilevante nella vita reale. In termini essenziali, lo studio non dice solo “C’è una differenza”, ma si pone la domanda “Questa differenza è abbastanza grande da contare davvero nella vita delle persone?”.

Analisi di sensibilità: quanto sono robusti i risultati? Per testare la solidità dei dati, i ricercatori hanno applicato l’“analisi di sensibilità di Rosenbaum” (“Rosenbaum sensitivity analysis”). In soldoni, essa misura quanto i risultati resistono a possibili fattori esterni non misurati (bias, errori di campionamento, variabili nascoste).

I risultati mostrano tre livelli di solidità: dati estremamente robusti; interesse per le relazioni romantiche non sessuali; preferenza per modelli relazionali alternativi. Questi risultati restano stabili, anche ipotizzando forti distorsioni nei dati.

I dati moderatamente robusti risultano in modelli relazionali, priorità affettive e struttura delle preferenze. I dati più sensibili, infine, in autostima, percezione di successo e sicurezza finanziaria; in questi casi, i risultati potrebbero essere influenzati da fattori sociali, stigma, contesto culturale e pressioni esterne. Questo approccio distingue chiaramente quanto è struttura identitaria stabile da ciò che è influenza sociale.

Limiti dichiarati dello studio: le ricercatrici hanno mostrato onestà intellettuale e serietà scientifica nell’esplicitare i limiti dello studio; ovvero, mancata distinzione tra asessuali romantici e asessuali aromantici; campione prevalentemente femminile, giovane, occidentale; dati incompleti su etnia, status socioeconomico e contesto culturale. Ciò che significa che i risultati sono solidi, ma non ancora universalizzabili a tutte le popolazioni.

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