Identità sessuali, generazioni e contesti: cosa raccontano i dati globali della app Zoe
Lo studio Sexual orientation on Zoe: A global analysis of a lesbian dating app, pubblicato nel dicembre 2025 sulla rivista scientifica Demographic Research, offre una analisi sul modo di definire l’orientamento sessuale a livello globale e al di fuori dei consueti contesti anglofoni.
La ricerca, condotta da Francesco Rampazzo, Canton Winer e Milan Kovačič, utilizza dati anonimi e aggregati provenienti dalla app Zoe, una piattaforma di incontri rivolta a donne queer e persone non binarie.
È importante dire che i dati possono non essere rappresentativi al 100%: chi usa Zoe è principalmente una persona giovane, con accesso alla tecnologia e spesso residente in contesti urbani. Eppure, questo enorme database è una lente unica sulla diversità delle identità sessuali e come queste vengono espresse. Gli autori confermano che il campione non è rappresentativo ma sottolineano come, in assenza di indagini demografiche ufficiali su scala globale, queste informazioni costituiscano una risorsa rara.
Il dataset analizzato comprende 913.253 utenti distribuite in 122 Paesi, che hanno un account creato tra gennaio 2023 e maggio 2025. I dati sono stati forniti direttamente dalla piattaforma nell’ambito di un accordo di ricerca e sono stati filtrati per escludere i Paesi in cui l’omosessualità è criminalizzata, sulla base delle classificazioni della Human Dignity Trust, per evitare potenziali rischi alle persone coinvolte.
A livello complessivo, le identità più frequentemente dichiarate sono lesbica (48,3%) e bisessuale (39,8%), seguite da pansessuale (6,6%), queer (3,4%), gay (1,2%) e asessuale (0,7%).
L’asessualità rappresenta la categoria numericamente più piccola. Si dichiara infatti asessuale lo 0,7% delle oltre 913.000 utenti prese in esame.
È una percentuale che, letta in modo superficiale, potrebbe sembrare marginale, quasi trascurabile. Invece questa parte dello studio ha risvolti molto interessanti.
In primo luogo, l’asessualità compare in tutte le fasce d’età considerate. Non è confinata esclusivamente alle generazioni più giovani, come spesso accade nella rappresentazione mediatica.
I valori più alti, seppur sempre inferiori all’1%, si registrano tra le persone tra i 20 e i 29 anni e tra quelle con più di 50 anni, dove la quota raggiunge circa lo 0,9%. Questo dato, sottolineano gli autori, suggerisce che identificarsi come asessuale non segue un unico percorso generazionale o biografico, ma può emergere in momenti diversi della vita.
Dal punto di vista geografico, l’asessualità resta poco visibile ovunque, ma non è assente nemmeno al di fuori dei paesi occidentali. Lo studio segnala la presenza di utenti che si identificano come asessuali anche in Paesi come Uzbekistan, Tagikistan, Yemen, Oman, Emirati Arabi Uniti, Tunisia e Tanzania. Le percentuali sono basse e spesso associate a campioni numericamente ridotti, ma il dato assume rilievo proprio perché rompe una narrazione implicita: quella che tende a considerare l’asessualità un fenomeno occidentale (quando non “bianco”), legato a soprattutto a contesti accademici o digitali quasi esclusivamente anglofoni.
Uno degli elementi centrali dell’analisi riguarda le differenze generazionali. Le persone sotto i 30 anni mostrano una maggiore eterogeneità nella dichiarazione dell’orientamento sessuale, con una prevalenza più marcata di identità bisessuali e queer e una minore identificazione come lesbiche rispetto alle fasce d’età più alte. Al contrario, le utenti più adulte tendono a collocarsi più spesso nelle categorie lesbica o gay.
Accanto alla dimensione generazionale, lo studio mette in luce forti disparità geografiche, sia nella distribuzione delle identità sia, soprattutto, nella completezza dei dati. In molte aree dell’Africa e dell’Asia, la percentuale di utenti che non dichiara alcun orientamento sessuale è estremamente elevata, arrivando in alcuni Paesi a sfiorare il 100%. Secondo gli autori, questi “vuoti” non sarebbero semplici mancanze statistiche, ma segnali delle condizioni sociali, culturali e politiche che rendono rischioso o impraticabile il coming out. In questo senso, l’assenza di dati diventa essa stessa un’informazione rilevante.
Laddove i dati sono disponibili, i profili regionali appaiono differenziati. In Africa, la distribuzione tende a concentrarsi sull’identità lesbica, con una minore diversificazione rispetto ad altre aree del mondo; il Sudafrica rappresenta un’eccezione, mostrando una maggiore articolazione delle identità grazie a un bacino di utenza più ampio. Nelle Americhe, in particolare negli Stati Uniti, in Canada e in Brasile, emerge una maggiore varietà, con una presenza consistente di identità bisessuali, queer e pansessuali accanto a quella lesbica.
In Asia, i risultati sono fortemente polarizzati: Paesi con campioni ridotti mostrano profili molto concentrati, mentre contesti come Israele e Taiwan presentano una maggiore diversità identitaria.
Europa e Oceania risultano le aree con la distribuzione più equilibrata e con i livelli più bassi di dati mancanti, suggerendo contesti di maggiore sicurezza dove sia più semplice esprimere la propria identità.
