18 Gennaio 2026
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LGBTQIA+ in STEM… is good!

Il 18 Novembre è la “Giornata Internazionale delle Persone LGBTQIA+ nelle STEM” (acronimo inglese per Science, Technology, Engineering, Mathematics). Promossa dall’associazione britannica Pride in STEM e riconosciuta globalmente, essa vuole essere un appuntamento, per celebrare e mettere in luce il lavoro e gli ostacoli delle persone queer nelle discipline, un tempo dette “scienze pure”.

C’è molto su cui riflettere e contro cui lottare al riguardo. In un sondaggio del 2022 tra 324 fisici LGBTQIA+, il 36% aveva preso in considerazione l’idea di lasciare il proprio posto di lavoro nell’anno precedente a causa di ambienti poco accoglienti e il 22% aveva riferito di aver subìto discriminazioni in prima persona; la percentuale di discriminazioni aveva raggiunto il 49% per i fisici transgender. Sempre nel 2022, un articolo aveva riportato che molti fisici LGBTQIA+ intervistati avevano affermato di sentirsi spesso esclusi dalla comunità di loro pari. Ancora, secondo uno studio del 2018, gli studenti gay e bisessuali hanno meno probabilità di intraprendere una carriera accademica.

Il nostro Collettivo asessuale ha già dato i suoi contributi sul tema qui, qui e qui; pertanto, non intendo ripetere.

Vorrei soffermarmi piuttosto sul perché si è scelta proprio questa data per tale celebrazione. Le prime due Giornate, infatti, furono celebrate il 5 Luglio; nel 2020, invece, l’evento fu spostato al 18 Novembre. In quell’anno, infatti, cadde il 60° anniversario del ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, presentato da Frank Kameny. Anche se la richiesta fu rigettata dall’organo giudiziario, essa rappresentò, comunque, una pietra miliare per il movimento per i diritti civili negli USA e nel mondo; fu, infatti, la prima perorazione contro la discriminazione sul posto di lavoro ai danni delle persone omosessuali. La politica federale statunitense dell’epoca riteneva le persone queer “un rischio per la sicurezza”; cosa definita da Kameny “non meno odiosa della discriminazione basata su motivi religiosi o razziali”.

Sull’uomo attivista, è stato scritto moltissimo. Io vorrei soffermarmi sullo scienziato; perché Franklin Edward Kameny fu, anzitutto, un astronomo. E alquanto precoce: disse di avere scelto l’astronomia a 7 anni, visitando il planetario di New York e perdendosi tra le stelle col suo telescopio; fondò perfino un club di astronomia nella sua scuola superiore. Servì il suo Paese durante la Seconda Guerra Mondiale, prima formandosi in un programma per l’addestramento di giovani tecnici nei campi di scienza, ingegneria, medicina e linguistica (esperienza che dovette convincerlo ulteriormente a realizzare il suo sogno, tanto da fargli dire poi: “La mia ambizione di diventare un astronomo rimase incrollabile”) e poi direttamente al fronte. Tornato, si laureò in Fisica nel 1948 al Queens College e conseguì un Dottorato all’Università di Harvard. I suoi studi si concentrarono sulla fotometria fotoelettrica, un campo emergente stimolato dalla nuova disponibilità commerciale di tubi fotomoltiplicatori, che potevano ora rilevare fotoni provenienti da oggetti astronomici e convertirli in segnali elettrici.

Kameny collaborò con istituti di ricerca in Massachusetts, Arizona e Irlanda del Nord; poi, divenne Direttore della “George R. Agassiz Station”, un osservatorio a 50 chilometri dall’Università di Harvard. Lì, lui e il compagno di studi Harlan James Smith migliorarono il processo di alluminizzazione ad alto vuoto, un metodo per rivestire gli specchi telescopici e scrissero un autorevole manuale sulla tecnica. Trasferitosi a Washington, Kameny dapprima insegnò presso il Dipartimento di Astronomia dell’Università di Georgetown. Nel 1957, fu assunto dall’Army Map Service (Servizio Mappe dell’Esercito) statunitense, dove supervisionò un team di osservazioni astronomiche, volte a determinare distanze precise tra località e contribuire così a guidare missili.

Insomma, per i primi 33 anni della sua vita, Franklin Edward Kameny fu un rispettabilissimo cittadino, veterano di guerra, scienziato emergente e apprezzato, impiegato pubblico. Poi, tutto crollò. L’arresto a San Francisco per “atti osceni e indecenti” (non in pubblico, ma davanti a due agenti di polizia, appostati dietro una griglia di ventilazione nel bagno maschile del terminal della stazione), risolto in una multa di 55 dollari e 6 mesi di libertà vigilata; seguito dal licenziamento dall’AMS e dall’ostracismo delle Università, che prima gli avevano affidato incarichi prestigiosi e sensibili. Sebbene scienziati e altri professionisti lodassero il suo “eccezionale background e i suoi successi”, Kameny non lavorò più nel campo dell’astronomia; svolse lavori temporanei e umili presso laboratori di ottica e aziende e fu sostenuto da amici e familiari per il resto della sua vita.

Negli anni ’60, gli USA si prodigarono molto, per attrarre forza lavoro scientifica e vincere la corsa allo spazio; assoldarono perfino lo scienziato ed ex ufficiale nazista Wernher von Braun; eppure, si rifiutarono di riassumere Kameny. Perché gay.
Franklin Kameny perse tutte le battaglie legali contro il suo licenziamento. Per il suo ricorso alla Corte Suprema, neppure riuscì a trovare un rappresentante legale; sicché dovette redigere da solo il documento di 64 pagine, che pure avrebbe fatto la storia dei diritti civili. Era stato una giovane promessa dell’astronomia e fu condannato a essere una promessa mancata, solo a causa del suo orientamento sessuale.

Vale la pena di ricordare che Kameny e tantissime altre persone omosessuali furono vittime di un momento particolare nella storia degli USA: il “Lavander Scare”, la Paura Lavanda. Si trattò di un’ondata di intolleranza e persecuzione nei confronti delle persone omosessuali da parte della politica statunitense, parallela alla campagna anticomunista nota come “maccartismo”. Persone gay (volgarmente apostrofate coll’epiteto “ragazzi lavanda”) e lesbiche furono qualificate come simpatizzanti comunisti e rischiose per la sicurezza nazionale. La campagna per la loro rimozione dall’impiego statale portò alla firma da parte del Presidente Eisenhower dell’“Ordine Esecutivo 10450”, che vietò alle persone omosessuali di lavorare nel settore pubblico e ne licenziò circa 5.000 da impieghi federali e appaltatori privati; le vittime persero il lavoro e furono costrette a dichiararsi pubblicamente come lesbiche o gay.

Kameny si votò alla difesa dei diritti degli omosessuali e della giustizia sociale. Fondò e guidò la sede di Washington della Mattachine Society, un’organizzazione statunitense per i diritti degli omosessuali. Organizzò insieme a Barbara Gittings il primo picchetto per i diritti degli omosessuali davanti alla Casa Bianca nel 1965. Presentò petizioni al Congresso. Aiutò nella perorazione di cause legali, comportandosi come un avvocato di fatto. Nel 1968, parafrasando l’attivista per i diritti delle persone nere negli USA Stokely Carmichael, Kameny lanciò lo slogan “Gay is Good!”.

Nel 1971, fu il primo candidato apertamente gay al Congresso e fu battuto. L’anno seguente, coinvolse l’American Psychiatric Association in un confronto pubblico, per discutere sulla classificazione dell’omosessualità come malattia mentale; lui, Barbara Gittings e John E. Fryer, uno psichiatra anch’egli gay, confutarono tale classificazione. Altri dibattiti e interventi pubblici contribuirono sia all’eliminazione dell’omosessualità tra le patologie nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) nel 1973, sia alla revoca dell’“Ordine Esecutivo 10450”.

Kameny impegnò la sua vita in una strenua, pacifica lotta per l’abbattimento dei pregiudizi e delle discriminazioni. Ottenne riconoscimenti, premi, Doodle. Morì l’11 Ottobre 2011, nella “Giornata Nazionale del Coming Out”. E non posso fare a meno di chiedermi quali risultati avrebbe potuto raggiungere, se fosse stato lasciato di libero di incanalare le sue energie, la sua vitalità, la sua straordinaria intelligenza, la sua meticolosità nel campo dell’astronomia, che egli tanto amava.
Le persecuzioni continuano tuttora; le lotte, di conseguenza, pure devono continuare. Non resta che augurarsi che il 18 Novembre e tutte le altre Giornate di celebrazione contribuiscano come momenti, per riflettere e organizzarsi su quanto ancora c’è da fare, per rendere le STEM e il mondo intero luoghi migliori e inclusivi.

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