18 Gennaio 2026
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Olivia Ávila Ruiz: una voce ace per cambiare la visione sulla sessualità

L’intervista di Pikara Magazine a Olivia Ávila Ruiz traccia il ritratto vivido di una giovane attivista asessuale che, attraverso i social, è diventata un punto di riferimento per molte persone che cercano parole e volti con cui identificarsi. Nata a Granada nel 1994, Olivia è oggi una delle poche tiktoker ace visibili in Spagna. Il suo stile comunicativo – ironico, teatrale, colorato da filtri e piccoli espedienti comici – le ha permesso di rendere accessibile un tema che spesso circola in modo astratto o tecnico.

Il suo percorso di consapevolezza prende forma durante il confinamento pandemico, quando ha finalmente avuto tempo per ascoltarsi e interrogarsi sul proprio rapporto con il desiderio, l’attrazione, la sessualità. L’incontro con l’associazione ACE (Aceual Community España) e la lettura dei contenuti sui vari tipi di attrazione l’ha aiutata a dare nome a quella sensazione di “essere diversa” che l’accompagnava da anni. Da lì nasce anche il desiderio di condividere ciò che stava scoprendo: l’attivismo digitale diventa così un modo per aiutare gli altri e, allo stesso tempo, continuare a conoscersi.

Il suo lavoro, però, non si limita ai video. A Granada, Olivia collabora all’organizzazione di incontri in presenza che raccolgono venti o trenta persone per volta, molte delle quali si affacciano per la prima volta alla possibilità di essere ace. Per molti partecipanti, questi spazi diventano una piccola zona franca dove parlare liberamente, senza sentirsi strani, inadeguati o colpevoli.

Nell’intervista Olivia affronta uno degli aspetti più difficili legati all’asessualità: lo stigma, e sottolinea come vari in base al genere di appartenenza. Gli uomini, dice, tendono a rendersi meno visibili perché la mascolinità tradizionale ruota attorno alla performance e al desiderio; per una donna, invece, il confine tra trauma e assenza di attrazione può essere confuso da uno sguardo terapeutico che insiste nel patologizzare. Non mancano esperienze di violenza: molte persone ace ricevono pressioni esplicite o implicite per “correggersi”, dalla terapia sessuale impostata come cura, fino a trattamenti ormonali considerati una normalizzazione del corpo.

Nonostante questi elementi problematici, Olivia sceglie una prospettiva ottimista. Nota come stiano emergendo psicologi e sessuologi più rispettosi, e come la visibilità stia aumentando anche grazie alla cultura pop. Cita, ad esempio, la graphic novel Heartstopper, in cui l’autrice –   Alice Oseman,a sua volta ace e aromantica – propone un modello di relazione in cui il sesso non è l’asse attorno a cui tutto deve ruotare. È un modo, secondo Olivia, di rimettere in discussione gli schemi affettivi dominanti: l’amicizia può essere importante quanto l’amore romantico, e la vita affettiva può essere immaginata ben oltre il modello di coppia centrata sul sesso.

L’asessualità, racconta, è anche una posizione politica. Il movimento ace lavora per scardinare l’idea che la mancanza di attrazione sia un disturbo e porta alla luce quanto il “sessocentrismo” sia pervasivo: non ne soffre solo chi è ace, ma anche chi vive il sesso con pressione, competizione o obbligo. L’attivismo ace, secondo Olivia, aiuta chiunque a rimettere al centro il corpo senza forzarlo, e a costruire una visione più ampia di ciò che significa desiderare e relazionarsi.

Da biromantica, vede anche molte affinità tra il movimento bi e quello ace: entrambi combattono narrazioni scorrette e ribadiscono che la sessualità è più complessa della semplice attrazione per un genere o dell’atto sessuale. Non stupisce, quindi, che Olivia trovi nei raduni bi – come le “ConBivencias” – un ambiente particolarmente accogliente.

Un tema ancora aperto è quello dell’inclusione all’interno del movimento LGTBIQA+. L’asessualità compare ancora in maniera discontinua nelle sigle delle organizzazioni e nei loro programmi. Eppure, sostiene Olivia, riconoscerla è fondamentale: senza un nome, molte persone crescono credendo di avere un problema, e non una legittima identità sessuale.

Pur evitando toni moralistici, Olivia respinge gli stereotipi più comuni – la purezza, l’ingenuità, l’infantilizzazione – e ricorda che la rivoluzione sessuale non è solo “fare più sesso”, ma anche immaginare nuove forme di intimità. Per lei, educazione e visibilità passano spesso fuori dalle istituzioni: le scuole restano indietro, mentre Internet, pur con i suoi limiti, è stato decisivo per migliaia di giovani queer.

L’asessualità quindi non è un’assenza, ma una lente che permette di guardare diversamente i rapporti, il desiderio, e le norme sociali che diamo per scontate, e attivismo ace non chiede solo comprensione, ma un cambiamento culturale più ampio, capace di accogliere la pluralità delle esperienze umane.

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