15 Dicembre 2025
Articoli Asessuali

Santiago Abascal rilancia la retorica: ma cos’è l’omonazionalismo?

In un’intervista concessa lo scorso mese di ottobre, Santiago Abascal, leader del partito di estrema destra spagnolo Vox ha rilanciato le tematiche “omonazionaliste” invitando le persone Lgbtqia+ a votare per il suo partito.

“Non tutti i gay -da dichiarato Abascal- si identificano con una bandiera in particolare. I gay spagnoli si sentono rappresentati e accolti dalla bandiera di Spagna”. La retorica omonazionalista si è fata ancora più sentire durante un comizio tenuto un paio di settimane fa: “arriverà il momento in cui la maggior parte dei gay spagnoli voteranno Vox”, sostenendo che il suo partito sarebbe “l’unico partito che vuole mandare via dal paese coloro che vogliono lanciarli da un tetto o appenderli da una gru”.

Questa retorica non è nuova neanche alle nostre latitudini. Quando, durante le manifestazioni contro il genocidio in atto a Gaza, si sono viste sfilare le bandiere arcobaleno, molti “pensatori” (si notino le virgolette) “liberali” (grosse virgolette) scrivevano allegramente che le persone Lgbtqia+ dovevano invece sostenere la politica del governo di Tel Aviv, sempre con la solita scusa che i palestinesi sono dei tagliagole assatanati, mentre l’esercito israeliano ha portato soltanto diritti e libertà ovunque sia stato.

Il termine omonazionalismo (homonationalism) è stato coniato nel 2007 dalla studiosa statunitense Jasbir K. Puar per descrivere l’uso politico dell’identità Lgbtqia+ (ma il più delle volte solo L e G) da parte di movimenti nazionalisti o religiosi, spesso di estrema destra. 

Secondo questa retorica, il riconoscimento parziale dei diritti delle persone gay o lesbiche diventa un segno di “modernità occidentale” contrapposto alla presunta arretratezza dei migranti e delle persone islamiche in generale. 

L’omonazionalismo non nega apertamente l’esistenza delle persone Lgbtqia+: le include ma a condizione che si conformino a un modello di cittadino “rispettabile”, bianco, produttivo e patriottico. 

Si cerca ovunque la figura di un “omosessuale buono” o “domestico”, che sia contro il pride e contro l’immigrazione e che ricalchi, con i suoi affetti, quel tipo di “famiglia” tanto cara alle destre “sovraniste” in Europa e nel mondo.

Questa figura serve per costruire un contrasto con l’“altro” percepito come minaccia: l’immigrato, il rifugiato, la persona islamica, e spesso anche il soggetto non binario o trans, con il quale si cerca di contrapporlo. La stessa retorica che dichiara di difendere la libertà sessuale diventa un’arma per rafforzare confini etnici, religiosi e culturali.

Secondo Puar, questo meccanismo ha permesso a molti Stati occidentali di presentarsi come difensori dei diritti umani pur continuando a praticare forme di colonialismo, militarismo e sorveglianza. L’accettazione di alcune soggettività Lgbtqia+, infatti, serve a proiettare l’immagine di una nazione “tollerante”, che si differenzia dal “nemico barbaro”. Ma tale tolleranza è condizionata: esclude chi non corrisponde ai canoni dominanti di razza, classe o comportamento.

In pratica, io, uomo bianco, patriottico, cattolico e nazionalista, ti “permetto” di essere gay, ma solo nel caso in cui tu cerchi “la mia protezione” e non critichi quella società fatta di “dio, patria, famiglia, terra, popolo, tradizioni” eccetera che io incarno. Perché sono “io” che ti difendo dai tagliagole islamici.

Non facciamoci fregare.

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