I mille modi di essere asessuali

Giusto per chiarezza: non esiste un solo modo di essere asessuali.

Non esiste un test, con una serie di domande, e se rispondi “sì” a tutte, allora esce una scritta “complimenti: sei asessuale”.

L’asessualità è uno spettro, non è una cosa bianca o nera.

Non ci sono degli standard ai quali una persona deve attenersi per potersi dire asessuale, e non ci devono essere.

È asessuale la persona che non vuole assolutamente fare sesso, come lo è quella che ha un’attività sessuale, e che la ha per mille ragioni.

E può tranquillamente definirsi asessuale chi sogna, o ha avuto, un matrimonio in bianco in chiesa, chi vive una relazione omoromantica, come chi si definisce aromantico e non vuole altri esseri umani nei dintorni, o chi vive più relazioni, o chi ha relazioni non convenzionali.

Tutte queste persone hanno il diritto di utilizzare l’etichetta che tanto ci è costato vederci riconosciuta.

Si possono dire asessuali gli uomini e le donne che dicono di esserlo, o anche chi non sente il bisogno di dirlo, ma anche chi non si definisce uomo o donna.

Ci sono asessuali cattolici, atei, ebrei, musulmani. Ci sono asessuali che se ne fregano della religione.

Qualcuno si è scoperto asessuale da giovane. Qualcuno ha un’altra identità alle spalle, e, spesso, anche qualche relazione, la maggior parte delle volte etero.

Esistono gli asessuali di destra, quelli di sinistra e quelli che proprio non ne sanno niente.

Tutte queste persone si sono viste negare la propria identità, tutte si sono sentite sole, completamente fuori posto durante l’adolescenza, e forse non solo. Tutta questa gente, si è sentita dire le stesse frasi fatte, talvolta per anni, fino a convincersi, quasi, di essere veramente sbagliata.

E chi si riconosce come asessuale viene patologizzato, da psicologi che spesso non sanno di cosa si stia parlando, o che interpretano in modo un po’ troppo elastico una definizione del DSM V che, pur migliorando dal DSM IV, lascia ancora troppi spazi all’interpretazione.

Basta definirsi asessuale per correre il rischio di vedersi somministrare psicofarmaci per guarire da una malattia che non c’è. O per correre il rischio di uno stupro correttivo.

E tutte le persone asessuali vengono nascoste dai media, o ne viene mostrata soltanto la parte più stereotipata ad uso e consumo di un pubblico eteronormativo in cerca di stranezze.

Qualche asessuale si riconosce come parte della comunità Lgbtqia, qualcuno di riconosce come alleato, qualcuno non si riconosce per niente, e forse non è proprio il problema di tutti il mancato riconoscimento che c’è stato, e che, nonostante evidenti miglioramenti prosegue, come parte di quella comunità arcobaleno che tanto ha fatto negli ultimi 15 anni.

Alcune persone asessuali sono out, “loud and proud”. Altre non hanno detto niente a nessuno.

La maggior parte, poi, non sa neanche di essere asessuale.

Volere essere visibili, come persone, nei mille modi diversi per vedere riconosciuta, per prima, la propria dignità, e non avere più bisogno di dovere dimostrare qualcosa, deve essere un impegno che deve essere preso da tutte le persone asessuali.

Per alcuni di noi, compresa l’associazione che pubblica il presente blog, questo obiettivo si ottiene anche marciando alle sfilate dei pride e prendendo parte alle iniziative della comunità Lgbtqia della quale ci sentiamo, ogni giorno di più, parte.

Altre persone possono preferire altri mezzi per raggiungere lo stesso fine.

Quella della visibilità è una battaglia che si vince non per la propria parrocchia, spesso di dimensioni ridicole, ma per tutte quelle persone asessuali che, come sopra, ancora di essere asessuali, non lo sanno.

E stanno credendo di essere quelli sbagliati.