Domani smetto: guida alla disintossicazione da attivismo
Di solito succede quando sei alle superiori. Per qualcuno all’università. Che ne so: sei in terza superiore e quelli “più grandi” fanno l’occupazione.
Oppure un sabato, decidi di fare “forca” a scuola e vai in centro con i tuoi amici (ma succede ancora, o va tutto sui social? Ammetto di avere fatto le superiori qualche anno fa. Eventuali aggiornamenti sono sempre benvenuti).
E c’è un corteo e guardi che succede. Ci sono le bandiere e ti avvicini a un tizio che ti dà un volantino e ti spiega qualcosa. Perché è lui ad avvicinarti, fuori da scuola, ai cortei, certe volte anche vicino ai luoghi di ritrovo. E ti dà il primo volantino gratis, dice: “Prova”.
Per non parlare di quello che succede nei social, o tramite le videochiamate. Ci sono un milione di buone cause che attireranno la tua attenzione. Tutte buone cause, perché chi segue la gentaglia che rantola di “remigrazione” non è un attivista: è uno stronzo: e dalla stronzaggine non esci neanche col metadone. Stronzo eri già prima e lo sarai per tutta la vita. Anche se diventi ministro.
E allora, trovata una causa, scriverai sui social, aprirai la tua pagina e ti sentirai forte, fino a che l’attivismo sui social non basterà più, ti servirà qualcosa di più potente, e andrai ad un’assemblea tipo sulla Palestina che si svolge in un circolo Arci scassato in una frazione di Empoli. C’è la Champions, ma per qualche ragione tu vai a sentire parlare di Palestina.
Qui fai l’errore che abbiamo fatto tutti: ti piace, ti diverte, ti interessa e dici quella frase là: “Smetto quando voglio”.
Tutti sappiamo, ormai, dopo anni di tentate disintossicazioni dall’attivismo, che quella è una bugia. L’attivismo dà più dipendenza dell’eroina. Non se ne esce, se non attraverso momenti traumatici (matrimonio, morte) o seguendo una seria tabella di disintossicazione.
Dopo anni da quel “smetto quando voglio”, ci sei dentro fino al collo. Quel circolo Arci scassato è diventato casa tua. Quella strana gente che si aggirava da quelle parti, i tuoi amici. Ormai la vostra vita gira attorno all’attivismo.
Alcuni riescono anche ad avere una vita di facciata quasi normale. Magari una famiglia, dei figli, un lavoro. Ma appena escono, trovano tempo soltanto per pensare agli attriti che corrono tra i Comunisti Rivoluzionari e i Comunisti Combattenti, dopo che i primi sono nati da una costola dei Giovani Marxisti, dopo la scissione del Gruppo Comunista Operaio in Gruppo Operaio e Gruppo Comunisti Lavoratori in seno al sindacato di base ed alla nascita dei Popoli Ribelli come parte (non organica) del Movimento Palestina Qui e Ora che ha subito defezioni per via di quel “Qui e Ora” che pareva una cazzata e si sono riunite del Movimento Comunista Palestinese.
Non migliora le cose sapere che tutte queste sigle (più altre) hanno la sede nella solita stanza del solito circolo Arci che non imbiancano da vent’anni. Le serate sono movimentate. Una volta, una persona ha proposto un percorso unitario, anche perché tutti quei gruppi rappresentano sedici persone in totale. Ebbe come risposta nove mozioni unitarie che però si differenziavano. Fuggì e pensò di suicidarsi, ma perse una votazione tutta sua e lo trovi ancora al circolo che discute di tasse e benzina.
Ma tu, che ormai sei preda della dipendenza, hai altro a cui pensare: sabato c’è il presidio alla Smerdocement di Lucca. C’è stata un po’ di discussione sul da farsi, da un lato è vero che la Smerdocement dà lavoro a 400 persone. Ma è anche vero che produce materiale e scarichi così inquinanti e tossici da essere vietati in tre quarti del pianeta, come rivelato dal capofficina, un simpatico gnomo fucsia che sembra sia stato prodotto direttamente nell’altoforno. Appoggiare la causa ambientalista e smetterla di rilasciare composti chimici letali in atmosfera, ma mandare in cassa inegrazione 400 persone, o vaffanculo l’atmosfera e lasciamo che quelle 400 persone continuino a lavorare, almeno finché saranno in grado di respirare?
Come prevedibile, nel presidio c’è stata una scissione: da un lato i sostenitori dei lavoratori, dall’altra le parole dello gnomo, che a forza di respirare gli scarichi della Smerdocement anche i più scettici sono sicuri di avere visto. Il fatto che di questa discussione non interessi a nessuno fuori dal vostro gruppo e il consiglio di amministrazione della Smerdocement abbia già deciso da un anno, ti fa capire che ormai sei attivista fin sopra i capelli.
Per mercoledì c’è una proiezione di un documentario indipendente ad un circolo Arci (un altro, per fortuna). Giovedì riunione: devi esserci, non puoi andare in minoranza con i gruppi delle sedie accanto.
Venerdì sei a cena da tuo cognato, ma con un occhio ai social perché si svolge un sit in di solidarietà con una causa che ti sei dimenticato mentre eri per strada, e quindi, mentre commenti stai sul vago.
Una cosa che capita spesso agli attivisti è quella di fare parte di più associazioni, per più cause. Le associazioni, e soprattutto i collettivi, nascono e muoiono a una velocità straordinaria.
Quando il circolo Arci non ti è più bastato, sei passato alla roba pesante: l’associazione Confini Plurali di Pontedera. L’associazione è “un percorso condiviso, orizzontale e dal basso verso le diversità etnosociali con l’obiettivo di una società pluricentrica, oltre gli stereotipi e i pregiudizi che colpiscono le identità plurali, contro le repressioni alle espressioni dei generi decolonializzati e degli orientamenti, per la resistenza dell’esistenza e per l’esistenza nella resistenza per valorizzare le classi subalterne nell’ottica di una visione cooperativa in un mondo in pace”.
Una tale definizione (che sei riuscito a pronunciare senza prendere fiato solo dopo alcuni anni, per farti capire quanto ci sei dentro) fa sì che Confini Plurali possa partecipare a qualsiasi causa. Dal carovita alla pace, dal pride alla scuola pubblica.
Anche perché Gianfranco Piruli, il presidente / fondatore / finanziatore / padrone dell’associazione è l’essere umano più megalomane ed egocentrico che esista al mondo. Ancora si sta chiedendo il perché i suoi comunicati stampa non siano finiti in prima pagina sul Corriere. Lo scorso anno, l’associazione aveva proposto la soluzione “due popoli due stati” per la Palestina, aveva risolto il conflitto in Ucraina e aveva trovato le basi per mettere in stato d’accusa non solo il presidente degli Stati Uniti, ma tutti i capi di stato e di governo occidentali come risarcimento per il colonialismo. Ma la censura di regime ha insabbiato le iniziative, come ha sentenziato Piruli in un comunicato che non ha comunque letto nessuno.
Per l’ultima manifestazione, dove dovrete intervenire sul palco, avete preparato una vostra rivendicazione. Ci siete arrivati dopo tre assemblee lunghe tutto il pomeriggio, un mese di messaggi sui social, quattro scissioni (per la gioia del circolo Arci di cui sopra).
Ovviamente, per non scontentare nessuno, la risoluzione è una cavolata immensa, piena di cose già sapute, dette e ridette, luoghi comuni, frasi da inserire per forza come la “lotta al patriarcato” e la “Palestina libera”. O la “giustizia giusta”, la “libertà dei popoli”, la “equità sociale”. Ci sarebbero stati centinaia di concetti abusati e preconfezionati, in tutto l’arco politico, da sinistra a destra. Voi, dopo lunghe discussioni, siete riusciti ad inserirne solo alcune decine.
Parlate per sedicesimi, più di due ore dopo la fine del corteo. Ormai chi gremiva la piazza, è a casa da un pezzo. Sono rimasti i curiosi, i parenti, quelli che non hanno nulla da fare, un senzatetto, qualche vigile e un attivista di chissà quale gruppo. Oltre alla tua associazione, anche perché Piruli ha chiesto al gruppo organizzazione trasporti di sequestrare le chiavi delle auto fino a dopo il suo discorso: non facciano i furbi.
Salite sul palco in quattro: siete parte del direttivo e responsabili del gruppo discorsi e comunicazione. Ilenia è a fianco del presidente, che tiene in mano il foglio con il discorso da leggere. Tu e Francesca state ai due estremi, sventolando le bandiere dell’associazione. Piruli urla come uno sfegatato quell’insieme di banalità che vi sono costati un mese di lavoro e qualche defezione, verso una piazza vuota. Come alza un po’ il tono, i militanti dell’associazione, soprattutto quelli del gruppo gestione cortei ed eventi, si lanciano in un applauso.
Sta anche facendo buio. Tira vento e Francesca regge a malapena la bandiera in mano. Francesca è una specie di Signorina Silvani dell’associazione: bruttina, ma è l’unica “passabile” del gruppo. E per questo si sente una dea. Ha quindici anni meno di tua moglie, che tra l’altro è in piazza, nonostante tutto, e forse vuol dire che ci tiene.
La scena va, a tratti, dal patetico al comico, al tenero, al ridicolo. A vedervi da fuori, vi state prendendo così sul serio, che quello che esce dall’altoparlante non è un discorso. Sembra più una richiesta di riscatto: vogliamo due popoli due stati e la fine del patriarcato, un’auto e una valigetta con un milione di euro in biglietti di piccolo taglio. Altrimenti l’ostaggio muore.
Lì, per la prima volta da quel giorno al corteo da adolescente, inizi a pensare che tutto questo abbia un che di comico. E che Piruli sia il più grosso coglione che tu potessi incontrare.
L’attivismo non deve essere una cosa da prendere troppo sul serio, perché non è una cosa seria.
La politica è una cosa seria, o almeno dovrebbe esserlo (ma qui si entra in un discorso diverso).
L’attivismo è un hobby. E lo dice uno che ha cominciato davvero a farlo dopo essere capitato in una manifestazione a 14 anni. Poteva esserci capitata qualsiasi altra cosa: la pesca, il calcetto, il club del libro, l’atletica leggera, suonare il sassofono, la falegnameria, i manga, il giardinaggio, la pallavolo, il cinema turco, il paracadutismo, il teatro sperimentale, lo yoga, la cucina vegana. Magari non tutto insieme (quella è roba che solo noi ace possiamo fare), ma qualcosa sì.
Qualche volta, poi, qualche obiettivo lo centrano pure gli attivisti. Ma è più simile alla nota teoria dell’orologio rotto.
Però è bello. Quando prendi le cose nel modo giusto, senza credere davvero di ribaltare il mondo, è bello. Quando torni a casa dai vari cortei, presidi, assemblee, riunioni, tavoli militanti, ti senti, dentro, che ci hai provato, che ne è valsa la pena di perdere il tuo tempo libero per questo.
Fare queste cose ti fa sentire vivo, e non si rinuncia a questo per niente al mondo, non ci sarà nessun metadone per farti smettere. Parlare, incazzarsi, mandarsi al diavolo e volersi bene, perdersi di vista per anni per una firma messa sul documento sbagliato, sono cose che ti fanno dire “a me interessa”.
Nessuno poi passa alla storia, solo la gente come Gianfranco Piruli (che, a scanso di equivoci, è un personaggio inventato) crede che il mondo si ricorderà di lui. Ma mi piace pensare che, magari, un sassolino a testa riusciamo a portarlo. Piccolo, anonimo (mi raccomando) e magari neanche così solido.
Magari brutto e ridicolo. Ma un sassolino a testa, diventa una montagna.
