Nuovo presidente, solita vecchia farsa al Pride di Kiev

Si è svolta la parata del Kiev Pride, che a queste latitudini si chiama “marcia per l’uguaglianza”.

I partecipanti sono stati circa 8.000. E se, messi a confronto con i numeri delle parate delle grandi capitali occidentali (Kiev conta circa tre milioni di abitanti), possono sembrare pochi, si è trattato della più grande marcia per i diritti delle persone Lgbtqia che si sia mai svolta nel Paese.

Di fronte agli attacchi dei gruppi nazionalisti e ultracristiani, la polizia ha circondato i manifestanti in assetto da guerriglia, in modo da scortarli lungo la marcia.

La polizia ha, tra le altre cose, fermato alcuni nazionalisti che avevano riempito dei profilattici con del materiale fecale, pronti per essere lanciati contro i manifestanti.

Volodymyr Zelens’kyj, da poco eletto presidente, ha ribadito quanto sia importante che la polizia abbia protetto i manifestanti e quanto “la Costituzione ucraina garantisca l’uguaglianza e la libertà di espressione”.

Gli ha fatto eco l’ambasciatrice britannica Judith Gough, che su Twitter si è complimentata con lui per il lavoro svolto dalle “forze dell’ordine per proteggere il regolare svolgimento del pride”. Altri messaggi di ringraziamento sono venuti dall’ambasciata USA.

Questa bella immagine di un Paese che, nonostante alcune resistenze, si sta, finalmente, aprendo alla cultura dei diritti umani, ha soltanto un punto debole nella sua esposizione: è una cazzata.

E sembra che non sia servito a niente che Zelens’kyj il “comico” abbia preso il posto di Porošenko, il “cioccolataio” alla guida del Paese: ogni anno, Kiev ci mostra la farsa del pride che si svolge tra due ali di polizia, il tutto a favore delle telecamere occidentali, ma nel resto dell’anno, la situazione per la comunità Lgbtqia ucraina è nera.

I gruppi nazionalisti e ortodossi sono, nei fatti, padroni della piazza. Basta annunciare un evento a tema che, talvolta tramite degli informatori proprio all’interno delle autorità, si presentano i fanatici nazionalisti, di solito non con intenzioni pacifiche.

La stessa polizia, così ben schierata a favore di telecamere nella marcia della capitale, nel resto dell’anno guarda gli “scontri” abbastanza da lontano, intervenendo, caso mai, dopo, giusto per sentenziare la vittoria degli aggressori, decretando che l’evento non si potrà tenere “perché mancano le condizioni di sicurezza”. Proprio quello che i picchiatori volevano: l’evento è annullato.

Lo scorso febbraio, Amnesty International, in un rapporto, ha evidenziato le dimensioni dell’attacco ai diritti civili da parte di questi gruppi: nel mirino le minoranze etniche, le persone e gli attivisti Lgbtqia e i gruppi femministi, nel nome del patriottismo e dei valori tradizionali”. “Le autorità ucraine -si legge nel rapporto- non hanno mai condannato queste violenze, mentre coloro che le hanno perpetrate possono continuare a godere di un’impunità quasi totale. In generale, i movimenti di sinistra, i gruppi femministi e la comunità arcobaleno sono visti come nemici del popolo ucraino”.

Pure Zelens’kyj non è immune da colpe: per il capodanno 2018, il suo gruppo (Zelens’kyj è stato, fino alla campagna elettorale, un noto comico televisivo) mise in scena, in tv, uno sketch apertamente omofobo, al quale seguirono proteste.

E la polizia, può anche non limitarsi a stare a guardare: nella città di Dnipro, lo scorso aprile, è stata fatta un’irruzione violenta all’interno di un locale gay. Le persone presenti sono state fatte sdraiare a terra per ore, con le finestre del locale aperte (temperatura attorno ai 5°C), sono stati rubati loro gli effetti personali e sono stati usati i metodi tipici della polizia in questi contesti. L’accusa: gestire un bordello e distribuire materiale pornografico. Accusa che consisteva in una banalissima distribuzione di profilattici.

Sempre ad aprile, le violenze omofobe si sono svolte nella capitale, quando un gruppo composto dai soliti ultrareligiosi (la Chiesa Ortodossa ha un ruolo importante nella campagna contro i diritti) e nazionalisti avevano cercato di impedire lo svolgimento dell’European Lesbian Conference.

Ma certe volte non si deve neanche aspettare un altro periodo dell’anno o un’altra città: dopo il pride di Kiev del 2018, l’associazione Lgbtqia Nash Mir (Il nostro mondo) ha contato diciassette aggressioni violente a persone che avevano finito la marcia. Vengono seguiti, o individuati tramite foto dai fanatici, e alcuni di loro li aspettano all’imbocco delle stazioni della metropolitana.

Perché fuori da quei due cordoni di polizia, e lontano dal raggio di azione delle telecamere, l’Ucraina continua ad essere l’Ucraina.

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