Il medioevo di Lorenzo Fontana per la “natalità identitaria”

In un’intervista a “la Verità” del 17 dicembre 2018, il ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana lancia la sua “crociata” per la natalità: “nessun Paese è sopravvissuto senza figli. Il calo della natalità genera aumento del debito, crollo della domanda interna, aumento dei costi fissi. È la miccia che innesca la crisi. Da padre, prima ancora che da ministro, voglio fare quanto è in mio potere per evitarlo”.
È ovvio che il tipo di “famiglia” che ha in mente questo esecutivo, è una soltanto, e solo quella debba essere riconosciuta e sostenuta.
Mentre si rende impossibile divorziare e si mette il coniuge più debole sotto ricatto (90% dei casi la donna), si nega la possibilità di diventare genitori alle famiglie composte da persone dello stesso sesso, o alle persone single e si impedisce un reale aumento della popolazione da parte dei nuovi italiani, ostacolando, anche ai limiti del ridicolo la loro integrazione nella nostra società.
Quindi: quale famiglia, il signor ministro vuole tutelare e difendere?
Ricordiamoci che ogni incentivo alla natalità, quando va oltre quelli che sono gli effettivi bisogni per una nuova persona che si aggiunge in un nucleo familiare, è un indice di discriminazione: i soldi a chi fa figli, li pagano chi i figli non li ha, quello che Fontana propone è una “tassa sulle famiglie non conformi”, siano esse composte da persone non legate tra di loro da vincoli diversi da quelli di un’unione monogama, con un matrimonio e una coabitazione, siano composte da almeno una persona non cisgender, siano unioni tra persone dello stesso sesso, siano persone single che cercano altri mezzi di coabitazione e altri legami, diversi da quelli che Fontana vuole difendere “prima da padre e poi da ministro”. Parafrasando Gaber: due disgrazie in un corpo solo.
Le aziende che Fontana cita, in realtà, vanno a discriminare, sotto forma di “regalo ai bei bambini” (biondi, mi raccomando) e di “incentivi” chi ha scelto un determinato stile di vita, facendo risultare una disparità di pagamento per ragioni indipendenti dal lavoro stesso.
Io, personalmente, voglio essere pagato per il lavoro svolto, non se, e con chi faccio sesso, se e come ho un legame sentimentale e se, e come, una risultante di queste attività abbia, o meno, portato nuovi figli d’Italia ai quali, il signor ministro vuole guardare.
Qui si vuole tornare a mettere il naso, come diceva il compianto Giacinto detto Marco, nelle camere da letto, nei bagni e nelle sale da pranzo degli italiani.

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