La rumena bruciata

Qualcuno si ricorda di Felice Andreasi?

Era un attore comico piemontese, della generazione di Cochi e Renato, Lino Toffolo e Paolo Villaggio.

Cercavo informazioni sulla povera Violeta Senchiu e sulla fine orribile che ha fatto, ho inserito, non sapendo il nome, “moglie bruciata” in Google, e mi è apparso un suo monologo fatto in una trasmissione in bianco e nero di quasi mezzo secolo fa.

Il tutto prima di ogni notizia che potesse riguardare il caso.

E, riguardando il monologo per l’epoca assolutamente nonsense, mi rendo conto che tutto il caso è stato trattato con la stessa leggerezza, il distacco e quasi con l’indifferenza con la quale lui racconta la storia di una sua ipotetica moglie, tanto bruciata “da essere diventata brodo”.

La colpa è mia: ho sbagliato a cercare. Dovevo cercare “rumena bruciata”. Con quello i risultati uscivano.

Pensavo che Violeta fosse una “donna”.

Mi sbagliavo: era una “rumena”. È “bruciata” una “rumena”. Speriamo solo che bruciando non abbia dato fastidio agli italiani che vivevano nei dintorni.

Almeno, che sia morta senza rompere i coglioni.

Violeta Senchiu aveva 32 anni. Il suo compagno, ha cosparso il suo corpo di benzina e le ha dato fuoco. È morta all’ospedale Cardarelli di Napoli con ustioni sul novanta per cento del corpo.

Salvini non ha twittato sull’argomento. Niente fiaccolata di Casapound per lei. Niente gruppi “pena di morte per l’assassino di Violeta”. Sul “Giornale” non si parlava delle “belve”, come nel caso di Desiree.

Il suo caso è stato rilanciato da una serie di post dei gruppi femministi sui vari social network, negli ultimi giorni, altrimenti, sarebbero state poche righe in cronaca locale, per lei, vicino alla sagra di qualcosa che si apre, ospite l’assessore.

Oddio: non è una gara a chi riporta una storia di una donna morta peggio (sarebbe immorale), ma per Desiree sul Giornale hanno parlato delle “belve” per una settimana. E con tutti i particolari. Se cerco il nome di questa donna sul sito, invece, non appare niente.

Se non altro, il fratello della rumena (quindi un “rumeno”, si suppone) ha minacciato l’ex convivente: “ti strappo gli occhi“. E allora, avremo un’altra “belva” da servire: il Giornale titolerà a nove colonne, Salvini ci inonderà di tweet e i social si riempiranno di richieste di condanne a morte per il tipo. Nel senso del “rumeno”, ovviamente.

Dopo tutto, è solo questione di tempo.

Qualcosa avrà fatto, insomma, per fare quella fine. Mica è una delle “nostre donne” che dobbiamo difendere.

Per la cronaca, “il convivente”, (che nessuno chiama “omicida”, neanche presunto, va bene il garantismo, ma, cazzo, se fosse stato nigeriano…) si chiama Gimino Chirichella.

E lui, se dovesse di nuovo trovare una compagna, che faccia più attenzione

(Notare la leggerezza ed il distacco con la quale Andreasi racconta una cosa che è di per sé gravissima, riuscendo a far ridere, e notare con quale leggerezza è stata riportata, quando è stata riportata, la notizia).

 

Certo, che questo articolo non parla di asessualità. Posso aggiungere qualcosa sull’attrazione sensuale o sulla libido durante un femminicidio, se questo può far piacere.

Ma non aprire bocca, inizia a significare essere complici di questa Italia di merda.

 

Nel caso il video sparisse, nel tempo, riporto il testo del monologo. Chissà se Andreasi avesse voluto una ricerca di qualcosa di impegnato, scrivendolo. Ma, rileggendolo e riascoltandolo adesso, fa gelare il sangue.

Per la fine dell’anno, mia moglie, l’ho bruciata. Viva.

Beh, quando uno brucia si vedono le ustioni nelle parti del corpo che bruciano, ma mia moglie era talmente bruciata che non solo non si vedevano le ustioni, ma non si vedevano più nemmeno le parti del corpo.

Più che bruciata era fusa, liquida.

Come sia andata che l’ho bruciata io non mi ricordo più, ma ricordo che mia mamma mi ha detto “sei sempre stato distratto, ma adesso non essere anche disordinato. Raccoglila, almeno, no? È sempre tua moglie”.

“E come faccio io a raccoglierla? Non vedi? È brodo”.

È scivolata sul pavimento e si è allargata tutta sotto i mobili.

“Lasciamola lì, tanto dopo un po’ si secca, si raschia via, si passa la cera e tutto torna come prima”.

E se mi sposo un’altra volta, vuol dire che faccio un po’ più di attenzione.

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