Caro Ricucci, “dimensione privata” adesso, vuol dire “morte”

Avevo promesso che non avrei più letto, in vita mia, il Giornale Off.

Deve essere una delle tante promesse che non ho mantenuto, oggi. Specialmente quando c’è un articolo di Emanuele Ricucci.

Con Ricucci, poi, ho una relazione particolare dopo averlo, gentilmente, spernacchiato in un articolo di qualche mese fa: con lui, temo che instaurerò presto un rapporto del tipo quaglia-macellaio, nel senso che un giorno di questi mi farà fare una brutta fine.

Stavolta, il dottor Ricucci, prendendosela con l’onorevole Monica Cirinnà, suo bersaglio preferito, anche perché fornitrice naturale di rime, fa una considerazione sull’uso del termine “frocio” da parte della stessa.

Nel farlo, usa una tematica molto comune, su quanto la sessualità debba essere “una cosa privata” e non debba essere “esibita”.

Scrive, Ricucci nel suo articolo datato 17 ottobre, “…bei tempi in cui la sessualità era una dimensione privata e non uno strumento di guerra ideologica. E in quanto voce significativa della propria intimità, tutelata profondamente. […] Bei tempi quando la sessualità non veniva scagliata contro il pubblico ludibrio, o il nemico numero uno, per intavolare una conversazione come premessa fondamentale, per vincere le elezioni, manifestare superiorità o rilasciare patenti di civiltà”.

 

Aspetta un attimo, Ricucci (siamo in confidenza, ormai): quella che tu chiami “esibizione”, non nasce dal cielo. Quei due ragazzi di Verona, stavano vivendo la loro storia d’amore in modo “privato”. Qualcuno, probabilmente uno dei tuoi lettori (cosa che non fa di te un colpevole, ma che dovrebbe farti porre qualche domanda) ha provato a dar fuoco alla loro casa. Per il solo fatto di essere omosessuali.

Qualche settimana fa, una coppia è stata aggredita in strada a Pisa. Anche loro, solo per il loro orientamento sessuale.

Con la bruttissima aria che sta tirando, alla quale tu partecipi, coscientemente o no, notizie di questo tipo sono sulle cronache di tutti i giorni.

E quanti ragazzini offesi ed isolati in famiglia? Quante ragazzine lesbiche violentate per “insegnare loro cos’è l’uomo”? Cosa succede nelle scuole superiori? Quanti suicidi a causa del bullismo?

Prima sono nati la violenza, i pregiudizi e l’isolamento. Poi sono venute le “ostentazioni pubbliche”.

Senza la “dimensione pubblica”, che a te non piace, nessuno avrebbe saputo di questi atti di violenza. Nessuno avrebbe reagito. Le associazioni, gli eventi, servono a questo: a non farci ammazzare, a trovare altra gente come noi, che non ci disprezzi per quello che siamo, e ad informare gli altri.

Certo, anche nella “galassia arcobaleno”, non tutto fila liscio come l’olio. Ma senza staremmo peggio.

Magari potessimo vivere come in una serie americana, senza che nessuno abbia pregiudizi nei nostri confronti, in modo privato, ed aperto al resto della società. È quello che vogliamo ottenere, e che otterremo un giorno, forse, per chi verrà dopo di noi.

 

Nel piccolo mondo del quale mi sto occupando, quello della comunità asessuale, sono nate prima le prescrizioni di psicofarmaci per “guarire”, le offese, le umiliazioni e l’isolamento, poi, è arrivata la “dimensione pubblica”, necessaria a creare una comunità e a potersi difendere.

Adesso sempre più operatori (psicologi, sessuologi, medici in generale), stanno prendendo in considerazione l’asessualità come orientamento sessuale e non come disturbo, ma la strada è lunghissima.

E poi quale “dimensione privata” è stata quella di due conduttrici radiofoniche che, alle 11 di mattina in pieno agosto, su una radio pubblica nazionale, hanno chiamato le persone asessuali “malate” e si sono rallegrate, sghignazzando, che “almeno non si riproducono”? Nessuno aveva manifestato superiorità nei loro confronti. Neanche sapevamo che quella trasmissione fosse in onda. Per dirla meglio, nessuno aveva rotto le palle a quelle due. Siamo stati offesi così: accendi il microfono e vai.

Cosa avremmo dovuto fare se non, anche grazie all’aiuto di tantissime persone e tantissime associazioni, chiedere l’intervento dell’autorità? Rimanercene sorridenti e “privatamente” ognuno a casa sua, sorridendo per “il sarcasmo”1, per non darti fastidio?

 

Ecco la mia proposta fondamentale per intavolare una discussione: voglio essere rispettato per quello che sono. Senza se e senza ma. Non mi sembra che siano proposte irricevibili.

Prova a suggerire ai tuoi lettori di non ammazzare le persone solo perché sono omosessuali. Vedrai che, molte, saranno ben contente di poter vivere, finalmente la loro “dimensione privata”.

Un’altra cosa: non citare Pasolini. Tu e i tuoi lettori siete, politicamente, figli di coloro che, in vita, lo chiamarono in tutti i nomi, e che lo hanno ammazzato a bastonate. Le tue radici, visto che ci tieni a rivendicarle, rivendicale anche in questi casi. E, visto che scrivi sul mensile di Casapound, prenditi le tue responsabilità.

Devo aggiungere, poi, un’ultima cosa: non solo non riesco a conoscere l’indirizzo dell’attico di New York del quale mi viene detto che sarei proprietario, e, non solo credo che mi abbiano fregato il Rolex prima della consegna, ma non credo di avere mai avuto una borsa di Prada in vita mia.

Ammetterai che, come radical chic, faccio decisamente schifo al cazzo.

 

 

 

1 E qualcuno che si definisce asessuale l’ha anche scritta, questa cosa: io non riesco a capire quanto si possa essere imbecilli, certe volte. Su un sito che si definisce per la “comunità asessuale” (ma che in realtà “copre” solo la minoranza cis-etero-omofoba, meglio se con simpatie non progressiste, persone che si accontentano di dover vivere nascoste: se va bene a loro, va bene a tutti), un tale Emanuele, 36enne, ovviamente eteroromantico, di Torino, scrisse pochi giorni dopo che “sapendo quanto vittimismo aleggia in certi ambienti, dove non si vede l’ora di appigliarsi a qualsiasi cosa per piangersi addosso e gridare alla discriminazione”, aveva ascoltato voluto ascoltare lo show, perché non si fidava dei commenti fatti, ed aveva concluso che gli fosse “sembrato lapalissiano che tutta la conversazione tra le due donne fosse appositamente spinta al limite del sarcasmo, perché improntata a un’autoironia che nessuno pare aver colto”, soprattutto i “soliti noti”, che scrivono “deliri” “in giro” sull’asessualità. I “soliti noti” saremmo io e qualche altr* disgraziat* che avrebbe scelto di fare l’attivista più che altro per fare incazzare Emanuele (e si chiama Emanuele anche lui…)

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