Il “politically correct” fa schifo? Sì, per gli altri

Non ci fosse “il Giornale”, non saprei veramente più come fare ad incazzarmi.

Dopo l’articolo di Emanuele Ricucci che chiedeva di scegliere tra Cirinnà e civiltà, lo scorso 8 maggio Nino Spirlì ha pubblicato un articolo (sempre sul Giornale Off, che è il posto dove vado a farmi del male fisico) dal titolo “quelle pretese gay“.

Spirlì esordisce dicendo che non vorrebbe “più parlare di sessualità, eterosessualità, omosessualità, asessualità (evviva, ci siamo anche noi, stavolta!), bisessualità, plurisessualità, monosessualità… Quanto vorrei non entrare più nelle mutande del prossimo”.

Dopo una pippa sul ’68 e sugli hippies (che, nessuno lo ricorda, ma potrebbero essere, adesso, quegli strani individui che fanno la fila alle 7,20 nell’ambulatorio del dottore e che guidano a 40 kmh in mezzo di strada), ci ricorda che furono loro ad inventare, attraverso le loro comuni, la “novità dei figli condominiali. Una sorta di discendenza a paternità multipla e, spesso, casuale, nonché vagabonda. Di questi figli dal DNA shakerato ne rimangono in vita, dopo l’attraversamento del mortifero fiume della droga, qualche sparuto migliaio. Molti di loro, li si incontra agli angoli più disorientati della vita”. Eventuali cinquantenni che nacquero al tempo in una comune, possono fare qualsiasi tipo di scongiuri.

Perché “gli anni di Grindr e del carnevalesco gaypride (scritto così nell’originale nda) ci stanno regalando ben altra tristezza. Altra sfrontatezza. Altra arroganza. Altre pretese, più ciniche di quell’abisso cinico imbevuto di confusioni e alterazioni da uso di droghe mortali”.

Lascio al lettore la gioia di leggersi il pezzo originale, dove il nostro parla dell’omogenitorialità, da lui definita “la celebrazione della più grande menzogna dell’Umanità: la nascita, la certificazione anagrafica, di due papà o due mamme dello stesso figlio”.

Spirlì, però, per difendersi da una probabile quanto faziosa accusa di omofobia, tira fuori il jolly: non ha i soliti amici gay. Lui stesso si definisce omosessuale. Fregati, eh?

Mica tanto… In questi anni abbiamo letto di tutto: dalle posizioni transfobiche di Arcilesbica nazionale, a quelle escludenti di uno dei pionieri dell’attivismo Lgbt italiano.

Lui dice che “da omosessuale coscienzioso, così come non ho apparecchiato finti matrimoni di copertura sociale, allo stesso modo non ho preteso esercitare il falso diritto di diventare Padre. Ho pensato sempre, piuttosto, al diritto di un figlio di poter godere del bene supremo di vivere in una Famiglia nata secondo la legge della natura. Una famiglia con un Padre e una Madre. Magari, belli e santi come i miei Genitori”. E vai di retorica e di maiuscole Messe a Cazzo.

Una sola cosa non mi torna: se c’è tutto questo odio per il politicamente corretto, e per quei gruppi che, anche attraverso le cosiddette carnevalate hanno portato diritti (anche a lui), perché si definisce con un termine corretto? Usi il termine che usa la gente, anche per definire se stesso. Si richiuda nel ghetto, limiti la sua esistenza ad essere una macchietta, con impieghi possibili nella moda o nello spettacolo per chi può.

Mi hanno insegnato (ma vengo da una famiglia ultralaicista, come la definirebbe lui) che non è buona regola accettare i diritti per sé, e cancellare, oltre a quelli di altre persone (che potrebbero non coincidere con i propri), anche gli sforzi di chi quei diritti li ha conquistati.

Nessuno obbliga a partecipare ai pride o a essere entusiasti di un certo modo politico di vedere il proprio orientamento sessuale. Ma non si sminuiscano i progressi fatti (negli altri Paesi, Spirlì, stai tranquillo, qui i mulini sono ancora bianchi), semplicemente perché, di quei progressi, a qualcuno, ne bastavano di meno.