Difendere la “Cirinnà”? No, rilanciare sui diritti

Si stava parlando poco, in vista delle prossime elezioni, dei diritti civili. E, sicuramente, se ne stava parlando poco nella direzione che una persona un minimo sensata di potesse aspettare: quindi, niente allargamento della possibilità di adozione alle coppie dello stesso sesso, niente stepchild adoption, niente proposte di normative contro l’omofobia.

Se ne sta, invece, cominciando a parlare nel senso opposto. Molti leader della coalizione di centro-destra che sta, disgraziatamente, per riprendere il potere dopo aver sfiorato il default finanziario nel 2011, sono andati, qualche settimana fa, ad inginocchiarsi ed a baciare l’anello dei fondamentalisti religiosi di Difendiamo i nostri figli e Alleanza Cattolica, dove hanno promesso di cancellare, o almeno di rendere inutilizzabile, la Legge Cirinnà (che sarebbe, casomai, da migliorare), costata tanta fatica e che tanto significa per molte famiglie italiane.

Lo stesso Silvio Berlusconi o, per meglio dire, quello che ne rimane, nonostante non sia proprio nelle condizioni di parlare di valori della “famiglia tradizionale”, sembra che abbia dato il suo assenso ad una revisione della Cirinnà, definendola “uno sbaglio” da correggere, probabilmente quanto basta per renderla inapplicabile.

A destra, quindi, si è andati decisamente oltre le campagne per i figli alla patria e gli episodi che sembravano isolati di qualche amministrazione locale lanciate da Giorgia Meloni le scorse settimane, ma si parla, apertamente e senza nessun pudore di togliere diritti acquisiti a fasce di cittadini.

E se questo è quello che dicono a volto scoperto durante la campagna elettorale, c’è solo da immaginarsi cosa accadrà una volta che questa banda di criminali sarà ritornata alle leve di comando del Paese.

Non è quindi più, adesso, esagerato paventare una situazione russa o polacca, dove machismo, nazionalismo e fondamentalismo religioso hanno fatto della comunità Lgbtqia+ locale l’obiettivo di violenze e di repressione con in più l’aggravante-beffa del divieto di propaganda gay dato a chi osa pensare una vita che non sia quella della famiglia del Mulino Bianco.

Mai, come negli ultimi dieci anni era stata messa in discussione, l’esclusività di quel tipo di famiglia, con l’apparire sulla scena di nuove forme di unione, dai single finalmente slegati dalla figura della persona in carriera che non ha tempo per gli affetti (ma triste e sola), alle famiglie omogenitoriali, alle relazioni poliamorose.

Era ovvio trovarsi contro una reazione da parte di chi è specializzato nell’innalzarsi a giudice supremo di ciò che avviene nelle camere da letto e nelle sale da pranzo degli italiani (Marco, quanto manchi a questo Paese…) e nel dire quel di questo comportamento è ammissibile e quale no, e fino a che livello le persone hanno il diritto di vivere la propria vita come vogliono.

È un pensiero che puzza di pettegolezzo di paese, di botte alla moglie in casa e di sorrisi alla messa la domenica per salvare le apparenze, di figli minacciati e mandati a guarire da qualche intrallazzone dopo che i medici si sono rifiutati, o di medici conniventi e di psicofarmaci, di aborti con i ferri da calza o, per chi può, discretamente in Svizzera.

È un passato che abbiamo iniziato a seppellire 40 anni fa e che non vogliamo più vedere tornare.

Di contro, il buon Salvini, di fatto il capo di questo branco di pecore travestite da lupi, propone alla figura del maschio che “addà puzza’ e addà sfogassi” la riapertura delle case chiuse, vale a dire la legalizzazione della schiavitù sessuale. Nessuno ha mai notato come i clienti di queste donne si lavino la coscienza dicendo che lo fanno per libera scelta e se legalizzi la prostituzione, “almeno pagano le tasse”? Se rimanessero solo le donne veramente convinte e libere di fare quel mestiere, il divertimento della maggior parte dei padri di famiglia che “difendono la tradizione”, sarebbe molto, molto caro per mancanza di offerta.

Saranno anni di merda, probabilmente è meglio non restare soli.

Fare una campagna per limitarsi a difendere lo status quo, da parte della comunità Lgbtqia sarebbe, a mio modesto avviso, l’inizio di una sconfitta storica. Lo status quo non può bastarci.

Dovremo, invece, portare, sempre di più, quelle che sono le nostre specificità: le relazioni poliamorose, tutte le sfumature di genere che non sono solo “maschio palestrato”, “femmina modella” e “Malgioglio in TV”.

Dobbiamo rilanciare. Di fronte ad un attacco così pesante al nostro diritto di vivere, dobbiamo dire che non esiste nessun tipo di famiglia che è “più famiglia” di un’altra, anche andando a contestare quell’articolo 29 della Costituzione, dove si parla di famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio“, e di “garanzia dell’unità familiare“. Le famiglie, oggi, sono altre cose, e per fortuna, rispetto a quello che era la famiglia nel 1946.

E, come non deve esistere nessuna unione più uguale delle altre, dovremo farci promotori dell’idea che non esiste nessuno che è più italiano degli altri, promuovendo campagne contro lo schifoso razzismo della politica, dei media e della nostra società, contro quei nostri connazionali nati in Italia da famiglie straniere, e contro coloro che hanno scelto, o si sono trovati a scegliere, il nostro Paese come il luogo dove vivere la propria vita. Le battaglie per i diritti di tutta la comunità Lgbtqia, quelle per i diritti e la dignità delle donne, e quelle per lo ius soli e contro il razzismo, non possono prescindere l’una dall’altra. Affrontarle separatamente, vorrebbe dire andare incontro ad altrettante sconfitte.

Si tratta di due modi diversi di vedere la società: da un lato una società inclusiva, aperta e democratica, e dall’altra la “dittatura sociale”, fatta su misura per Salvini e per i suoi elettori, nel quale ci vorrebbero costringere a vivere.

L’ultima volta che i cosiddetti clericofascisti provarono a togliere diritti civili agli italiani (avendo contro, si noti, buona parte del mondo dell’associazionismo cattolico) in modo così aperto, fu nel 1974 con il referendum sul divorzio. Sappiamo come andò a finire.

Speriamo nei ricorsi storici: c’è rimasto quello.

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