Quanto sarà “arcobaleno” il prossimo Parlamento?

A meno di due mesi dalle prossime elezioni politiche, potrebbe essere lecito chiedersi quale sarà la fine delle politiche per il rispetto degli orientamenti sessuali e delle identità di genere nel prossimo Parlamento.

Purtroppo, la situazione è sotto gli occhi di tutti, e non è rosea. Si noti, ad esempio, quanto l’orientamento sessuale, le identità di genere e tutti gli argomenti correlati siano scomparsi dal dibattito politico il giorno dopo l’approvazione del ddl Cirinnà, fatti salvi coloro che della loro omofobia ne hanno fatto un mestiere, come Adinolfi e De Mari.

Le previsioni danno una maggioranza al centrodestra dell’eterno Berlusconi con una Lega tutt’altro che marginale, ed in questo caso per la comunità lgbtqia+ sarebbero guai grossi, vista l’aria che tira nei Comuni con quel tipo di amminstrazione.

Secondo quanto riportato da Lettera43, sarebbero pochini i candidati attivisti lgbtqia+ che potrebbero entrare nel prossimo Parlamento, e quasi tutti in quota PD, forza che uscirà decisamente ridimensionata dal confronto elettorale.

Chi sembra poter tornare a sedersi sugli scranni di Montecitorio è Monica Cirinnà, che per quanto eterosessuale e sposata, essendo la firmataria della legge sulle unioni civili è diventata una sorta di madrina all’interno del movimento, come non dovrebbe proprio aver problemi nel trovare un collegio sicuro, oltre che un posto nel listino proporzionale, Ivan Scalfarotto, al momento sottosegretario allo Sviluppo Economico, primo membro del Governo a unirsi civilmente con il suo compagno, molto vicino alla corrente Renziana di maggioranza del PD.

Come Cirinnà, fa parte della minoranza del partito anche Sergio Lo Giudice, che potrebbe avere una candidatura a Bologna che, però, con questi chiari di luna per il PD non è più così blindata.

Rientrerebbe, invece, in Parlamento la Renziana doc Paola Concia, al momento incomprensibilmente posteggiata come assessora al Comune di Firenze, visto, ormai, dal politico di Rignano come una dependance del suo partito (salvo bruschi risvegli nel 2019).

Con meno possibilità di elezione, c’è la pattuglia di candidati di Liberi e Uguali, composta da Cathy la Torre, avvacata per i diritti delle persone transgender, l’unica ad avere una possibilità di entrare nel listino, mentre Gianmarco Capogna e Marco Mori andrebbero incontro a missioni impossibili nei collegi uninominali. Candidature, perciò, solo di bandiera.

Candidature di attivisti lgbtqia+ non sono mai mancate tra le liste radicali. Ma qui, mentre è impossibile una vittoria in un collegio uninominale, è anche poco probabile il superamento del 3% necessario per avere eletti.

Fatte queste eccezioni, il vuoto totale. E non soltanto nelle file della destra, che con le politiche portate avanti fino ad ora, farebbe risultare almeno strano la candidatura di un attivista lgbtqia+, ma anche in quel Movimento 5 Stelle così “vicino alla società civile”.

Va comunque ricordato che stiamo parlando dello stesso M5S che non esitò a provare di far cadere la legge sulle unioni civili (passata poi, ma senza la parte importante della stepchild adoption), solo per puro calcolo elettorale e che si è rivelato, sotto questo punto di vista inaffidabile. Se sono stati presi provvedimenti friendly in amministrazioni di area grillina, lo si deve più a prese di posizione personali dei singoli politici, che non a politiche del partito che, per non perdere quello zoccolo duro di elettori “gentisti” da Bar dello Sport, latita completamente in un senso o nell’altro.

Va da sé che, con la sola eccezione di La Torre, che però vede la sua elezione molto in dubbio, le probabili presenze in Parlamento riguarderanno o persone eterosessuali molto dedite alla causa (Cirinnà) o persone che rappresentano solo “le prime due lettere” del noto acronimo.

Non ci sono, tra i nomi, attivisti per le altre cause presenti, inclusa quella asessuale, ovviamente, e che rischiano, in una situazione di estrema marginalità per la comunità intera, di scomparire dietro a pretesi problemi più grossi.

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