Per gli ultracristiani, Judith Butler è una “strega” da “bruciare”

Un gruppo di manifestanti dell’associazione cristiana fondamentalista “TFP” (Tradição, Família e Propriedade) si sono radunati fuori dal centro Sesc Pompeia di San Paolo, in Brasile, per contestare una conferenza dal titolo “La fine della democrazia”, dove, tra i relatori, c’era la filosofa Judith Butler, insegnante all’Università di Berkley e nota per il suo impegno negli ambienti femministi, per il suo impegno antimilitarista e a favore dei diritti delle persone LGBTQIA.

Oltre ai soliti slogan che questi fondamentalisti cristiani ripetono in tutto il mondo, secondo i quali “i generi sono solo due”, “la famiglia è mamma e papà” (oltre i mitici, bambini rigorosamente biondi), eccetera eccetera, gli slogan secondo i quali questi hanno fatto un passo in avanti: al grido di “bruciamo la strega”, hanno incendiato un manichino che avrebbe dovuto rappresentare la filosofa statunitense, accusata di essere nientemeno che un’assassina, colpevole di avere distrutto la famiglia diffondendo la famosa teoria gender, che solo in quell’ambiente hanno un’idea di cosa cavolo sia (e mantengono il segreto).

Questa overdose di violenza religiosa si è svolta in mezzo a invocazioni al Signore, preghiere e crocefissi ben rivolti al manichino che stava andando a fuoco.

Lo scopo del gruppo non si limitava, comunque a cercare di impedire il dibattito con Judith Butler, ma, sembra che questo tipo di pressione da parte dei gruppi ultracristiani vada avanti da mesi, contro praticamente tutte le forme di arte e di cultura che questi considerano inappropriate.

Da notare come le dinamiche siano esattamente le stesse usate, in altre zone del mondo, da fedeli di altre divinità, che i gruppi cristiani di destra nominalmente vogliono combattere.

All’inizio del 2017, il Museu de Arte de São Paulo ha dovuto limitare, dopo le pressioni (e le minacce) di questi gruppi, l’accesso ad una mostra su “sessualità ed arte” ai minori che non fossero accompagnati. Il divieto è stato tolto soltanto dopo l’intervento della magistratura, e questo è successo solo le scorse settimane.

L’aggressione nei confronti della Butler sono poi terminati all’aeroporto dove gli integralisti cercavano di impedirle di imbarcarsi al grido di “via dal Brasile, assassina” (è dovuta intervenire la sicurezza), nonostante la filosofa stesse, appunto, lasciando il Paese.

Il dibattito, che gli integralisti hanno chiamato un “simposio comunista” che “maschera un obiettivo politico marxista” (sì, il tutto si è svolto a quasi 30 anni dalla fine del comunismo, che è ancora vivo quando fa comodo) si è, comunque, svolto regolarmente.

Judith Butler è una filosofa statunitense. Dal 1993 insegna al Dipartimento di retorica e letterature comparate all’Università di Berkeley, dove dirige il programma di Critical Theory. Tiene lezioni all’European Graduate School. Le sue opere più note, Gender Trouble e Bodies That Matter, ridiscutono la nozione di genere e sviluppano la sua teoria della performatività di genere, che oggi ha un ruolo di primo piano nella riflessione femminista e queer. Interviene pubblicamente su temi di politica contemporanea, in particolare in relazione alle istanze delle persone omosessuali e transessuali/transgender.

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