48 ore nella vita di una donna (sui social)

Il bello è che non l’ho neanche fatto apposta, insomma: non ho deciso di andare in incognito su Facebook come donna. Mi è venuto da sé.

Io avevo creato un profilo falso su Facebook. E per quello non ero il solo.

Ne avevo bisogno, l’anno scorso per incastrare un tizio che girava sul gruppo asessuale. Uno che, nel giro di un anno, ha iniziato molestando Anna ed ha smesso con Ylenia, per il semplice motivo che non c’era nessuna ragazza con la Z da molestare.

Mi era servito, poi:

– Per mandare letteralmente in culo un tizio nel gruppo, perché da moderatore dice che stia terribilmente male, ma questo se lo meritava proprio.

– Per mettere qualche mi piace ai miei post (lo ammetto).

– Per vedere i profili degli utenti che mi avevano bloccato.

Dato che doveva essere un’esca, ho pensato che fosse una buona idea mettere una foto.

Nessuno si fida di un profilo senza foto. Ma quale foto posso mettere?

Ho un trucco: per avere dei profili falsi come Giuda, uso foto di cantanti lirici.

Sono famosi abbastanza da avere il profilo pubblico su Facebook e un sacco di materiale in giro, ma abbastanza sconosciuti (a parte casi particolari come Pavarotti) alla maggior parte della popolazione. Nessuno riconoscerebbe un cantante lirico fuori dal suo contesto, se non è un appassionato.

La mia scelta è andata su Elina Garança, mezzosoprano lettone. Bella donna, che non guasta per lo scopo.

La chiamo, con uno slancio di originalità Elena.

E questa immagine, tratta da una foto della sig.ra Garança in ferie (rigorosamente dal profilo pubblico, si intende), dell’estate 2016 diventa la sua foto profilo.

Questa è l’unica foto sul profilo di Elena. Non mi pare niente di allusivo, né di provocante che potesse, se proprio volessimo prendere per buona quella tesi, giustificare approcci pesanti.

Ovviamente il provolone non ci casca, mando affanculo il tipo molesto e mi prendo una cazziata da un’altra moderatrice (“vattene affanculo, sei un povero pezzo di merda, non capiresti un cazzo neanche te lo spiegassero”, violava, evidentemente, qualche regola del gruppo), metto mi piace ovunque… e poi mi diverto ad iscrivermi a più gruppi possibili, e mento in modo sconvolgente sull’età: togliendo 12 anni di vita alla proprietaria della foto, che risulta nata il 16 settembre, come da bio, ma del 1988!

Poi, il gioco finisce, e io, anzi Elena, lascia il profilo inattivo.

Quando lo riapre, si ritrova con, non sto scherzando, quasi 1.500 richieste di amicizia. Tutte da uomini.

A quel punto, ad Elena non lo so, ma a me è venuta in mente quell’idea che ti dice: e se le accettassi tutte? C’è voluto un po’…

Questo è successo la mattina di sabato 3 giugno. Da lì sono iniziate le mie 48 ore da donna sui social.

Si chiederanno i nostri piccoli lettori: quando l’avrai ricevuta la prima foto che… ci siamo intesi? C’è tempo

Ovviamente vengo invasa (sono Elena da ora in poi) da richieste di ogni tipo.

L’approccio tipico è “Ciao”, “Sei bella”, “Quanti anni hai?”, “Sei sposata?”, “Fidanzata?” Cosa c’è? Hai paura che il mio ragazzo ti meni? Abiti a centinaia di chilometri! E sono un uomo asessuale. E tu, un fesso allupato.

Approcci ricevuti del genere: una ventina prima di mezzogiorno. Poi ho smesso di contarli.

Un tipo dall’India, manda prima la foto di un biglietto da cento dollari, poi quella di una sventagliata di biglietti da cento dollari, poi, purtroppo sempre in foto qualche mazzetto di banconote.

Chissà cosa avrà voluto dire.

 

Ho ricevuto una proposta di matrimonio, fiori, gioielli, sempre in foto.

Un altro mi dice, nell’ordine

1) Ciao

2) Sei bella (ringrazio)

3) (Foto della macchina)

4) Come stai?

Anche lui mi manda un messaggio sottile, forse solo vagamente allusivo.

Mi imbarazzo un po’ quando si va sul romantico, penso che sia comprensibile: non è molto frequente per un ammasso di 120 kg con la barba, essere chiamato “la mia principessina” da qualcuno.

Scrivo un post sul gruppo, raccontando quello che mi è successo, la butto sul ridere.

 

Ma quando torno la sera, le cose iniziano a prendere una strana piega, ma a quanto pare, è piuttosto frequente.

Il primo che mi contatta è Giuseppe. Mezza età, stempiato: “di che colore ce le hai le mutandine?”

Prego? Boh!

Insomma: mica ho fatto questo per scandalizzarmi, ma l’approccio è bello diretto e un po’ mi colpisce, subito dopo avermi chiesto se fossi single e se fossi sola, in casa. “Bianche”. La tiro lì. Vediamo cosa arriva.

Nel frattempo, si aprono continuamente le finestre di Messenger, riportando approcci di tutti i tipi.

Christian non perde tempo, e mi manda una sua foto con una parte di sé in bella mostra. Non sono più bella o più brutta di tante altre, sono solo una donna. E Christian non mi ha neanche detto “ciao”. Ricevuta l’amicizia si è subito sbottonato la zip, è andato al dunque. Mi viene da vomitare: questo succede anche alle donne vere, molto semplicemente ogni sera, anche alle ragazzine minorenni. E non mi dà fastidio vedermi un cazzo in chat, ma mi dà fastidio sapere che quello non è un modello che ha scattato una foto chissà quando chissà dove, ma uno che si è fatto la foto con il telefono in quel momento per mandarmela, o almeno questo sta cercando di comunicarmi.

(si noti la classe con la quale ho censurato l’oggetto. Adesso, se un bambino dovesse vedere questa pagina, non immaginerebbe mai che quella è una nerchia)

 

Anche Lorenzo perde poco tempo: “Ciao bella, che misura di reggiseno porti?”. Oddio. Non ci avevo mica pensato… e non posso davvero contattare l’agenzia della Garança per fare questa domanda. Anche qui la tiro: “terza, ma che te ne frega?”. Insomma, sono qui dovrò far finta di stare al gioco.

C’è una cosa: io lavoro, di lavoro, faccio l’impiegato in un’officina meccanica. E ho passato anni tra calendari ginecologici e racconti di avventure più o meno vere (e quasi mai gratis). Guardo i profili: l’estrazione è quella.

Stavolta, penso, mi vendico.

Giuseppe, intanto, ritorna all’attacco: “te lo faresti un ditalino per me?”

Da Lorenzo, conosciuta la misura del mio reggiseno, ricevo un’altra foto esplicativa. Stavolta fa davvero schifo, perché è lui a figura intera: un cinquantenne grasso e con i capelli unti  che, nudo sul letto mi sta salutando, ma non con le mani. Non che se fosse stato un giovane di corporatura snella la cosa sarebbe stata lecita, ma questo aggiunge un che allo squallore.

(La foto l’ho sfocata abbastanza, vero?)

 

Gli dico che fa schifo, che non si trattano così le donne, ma lui mi dice che sono all’antica, mi prendo della puttana (mi abituerò nelle prossime 24 ore) e se ne va.

Non funziona. Così non arrivo a niente.

Intanto rifiuto, per ovvie ragioni, tutti i messaggi che mi chiedono il numero di telefono e di mandare le mie foto. La ragione, penso che sia comprensibile.

Mi creo una backstory non da poco: mi chiamo Elena, ho 28 anni, vivo vicino a Firenze, faccio la giornalista locale, lavoro in centro, sono single, ho giocato a calcio fino a 25 anni, mi piace leggere, mi piace l’opera lirica (ehm…) e sono biondissima perché mia nonna era lettone (ri-ehm…) e scappò dopo la guerra, questa è da geni. L’ultima storia con un uomo è finita lo scorso dicembre, prima delle feste. È fantastico: sono donna da qualche ora e già ho imparato a mentire spudoratamente in chat.

Solo una persona mi contatta per dirmi che è strano che una donna abbia solo amici uomini… solo una…

E poi, dato che io conosco bene questi tipi con grosse difficoltà nell’uso del pollice opponibile (a parte quella di cui sopra) sognano da una donna, anche perché le cose si riducono spesso a:

– Il rapporto anale

– Le lesbiche, ovviamente viste come quelle dei film porno, quindi lesbiche finché non arriva l’uomo. Per questo, mi preparo l’amica per l’occasione: si chiama Anna, senese, mia compagna di scuola al liceo.

– Avrei dovuto fare lo sceneggiatore, onestamente

L’occasione per provarci me la dà Andrea, che mi chiede se ho voglia di giocare al dottore. E accetto, vediamo cosa succede.

Mi dice, quindi, di prepararmi e di aspettarlo per 5 minuti “che si prepara”. Un professionista, insomma.

Nel frattempo, non si placano gli altri che dopo “ciao –eccetera- sei sola” cominciano a farmi domande un po’ sconvenienti:

“Sei nuda?”

Dunque: ho la pancia e la barba. Ho addosso una maglietta sporca sul davanti di pomodoro. Non ho voglia di lavarmi. Ho i pantaloni di una tuta del ’91, peraltro bucata sul davanti, che uso spudoratamente come pigiama, i calzini e le ciabatte. Cosa potrò mai rispondere?

“Sì, sono nuda”.

(non porto mutande di quel tipo di pizzo, comunque)

 

Andrea ritorna e mi fa una richiesta specifica: come mi avesse detto buongiorno, mi chiede di inserire tre dita davanti e tre dietro. Poi mi chiede, in chat “stai godendo?”

Tralasciando il buon gusto di Andrea che è roba veramente da cavalieri dei tempi andati, romanticherie di un tempo, insomma, lascio al lettore tre secondi per capire dove stia il problema.

Uno… Due…Tre.

Andrea, questo microbo idiota che leggi troppo permissive verso i minerali come lui, hanno dotato di diritto di voto, passaporto e di patente di guida, ha una strana concezione della donna, che è anche peggiore di quello che si può pensare. Non avendo mai guardato oltre la foto sul calendario (limitata a topa, tette e culo, sempre per rimanere nell’ambito del buon gusto), per questo bipede orrendo le donne sono dotate di due braccia che possono infilarsi tranquillamente in qualche orifizio a caso (acrobazie e gusti permettendo), ed altre due con le quali chattano con lui.

Nell’era delle scie chimiche, delle bufale a ripetizione, dei vaccini dannosi e della Terra piatta, le donne hanno quattro braccia.

Sono stati i massoni e i rettiliani a nasconderci questo fino ad ora. Vero, Andrea?

(La donna secondo Andrea).

“Si vede un pezzo di quella dietro”, dirà il lettore. “Grazie al cazzo -risponderà l’autore del pezzo- o sei proprio Andrea che si è rifatto vivo?”

 

Mentre Andrea è indaffarato (ho di fronte quattro finestre di chat di uomini che mi raccontano che si stanno masturbando, ma anche qui devo stare attenta e contare le braccia a disposizione, anche se con un telefono la cosa è fattibile, e poi si dice che a 43 anni non avrei mai trovato un modo originale per passare il sabato sera), arriva Francesco.

“Ciao, sei sola” eccetera. E poi parte “strizzati i capezzoli e urla forte”.

E io rispondo, tutto per iscritto, perché tutti questi dialoghi, sono avvenuti per iscritto: “aaaaaaaaaaah”.

E lui “sì, cagna”.

Francesco, tu sei quasi più idiota di Andrea. Era difficile, ma ce l’hai fatta. Bravo.

Se al limite io mi fossi strizzata davvero i capezzoli, l’avrei detto “aaaaaaah”, non l’avrei scritto. Ti pare?

(Francesco non ha sempre la risposta pronta)

 

Sono, puttana, ovviamente, cagna, zoccola, porca, non ho abbastanza orifizi per tutto quello che mi viene detto, e sono per lo più persone che mi hanno detto “sei bellissima” per approcciami.

Vengo anche subissata di richieste di foto mie, oltre quella di copertina (ma quella è l’unica foto della Garança che non venga riconosciuta da Google come tale…). Ovviamente, mi vengono chieste anche foto spinte.

Prendo la palla al balzo: “quelle no, le foto, poi, su Internet, girano”

“Ma io le tengo solo per me, mi voglio solo segare io”. Grazie del pensiero, tesoro… è sempre bello poter dare una mano.

Si fidò Tiziana Cantone ad inviare video molto intimi e sappiamo come finì.

Tiro fuori la sua storia puntualmente. Tutti sanno, nessuno risponde. Mi viene detto che non sanno chi fosse, che il video non l’avevano visto.

Quei filmati erano così popolari, che in officina, quando scendevamo per filmare le parti finite da inviare ai clienti, ci dicevano “stai facendo il video? Bravo!”. E siccome io sono asex e video porno il mio smartphone ne vede pochi, me lo spiegarono.

La domenica chatto con un ragazzo di 20 anni. Mi chiede quando sia stata la mia ultima volta, è gli dico che è passata qualche settimana. Gli chiedo della sua: “ho spaccato il culo alla madre troia di un mio amico”.

Fanno bene i cattolici a chiedere di vietare le lezioni all’affettività a scuola. Lasciamo che siano i porno gli unici insegnanti di questi ragazzi, mi sembra che i risultati siano ottimi, no?

Insegnare il rispetto della donna? Quello è gender, vero?

Che cultura ha questo ragazzo? Come si è formato? “Cosa” sarà, per lui, la “sua” compagna? Chiederselo è proprio da “radical chic che appoggiano il gender”?

La “cultura” machista e sessista, è proprio l’unica cultura che possiamo dargli, con l’unica alternativa dell’astinenza fino al matrimonio?

Si fa rivedere Lorenzo “ciao bella”. Stavolta è disteso su un letto, ma è un lettino di un pronto soccorso. Mi dice che si è fatto male innaffiando i pomodori nell’orto.

“Lorenzo, ti rendi conto cosa hai fatto ieri, vero?”

“Sì, è stato brutto”.

Insomma, mi ha chiesto scusa, no? Cosa pretendo. In fondo, cosa ha fatto di male?

“Mi hai mandato la foto del tuo cazzo e mi hai detto che te lo stavi sgrullando per me. E oggi mi parli come una vecchia amica? Se qualcuno l’avesse fatto a tua madre, a tua sorella, a tua figlia, a tua moglie?”

Che poi è una stronzata, insomma: non vanno rispettate le donne soltanto perché sono qualcosa di tuo.

Ho fatto questa domanda un sacco di volte: le donne, per queste persone, sono state rimosse. Mi dicono di non essere sposati, di non avere figlie, né sorelle, neanche amiche.

Il molestatore via Internet non ha rapporti con le donne, che non siano di sesso, naturalmente dominante.

Altra cosa: quando provo a parlare io delle “mie” avventure sessuali, trovo risposte imbarazzate: forse la donna è solo da vedere, non può rispondere, non deve avere pulsioni, né sentimenti. Alla donna non deve piacere farlo. È l’uomo che scopa. La donna è lì per lui.

Guardo i loro profili. Pochi hanno l’account ad hoc. Il resto usa l’account “vero”, dopo tutto “non stanno facendo niente di male”. Nel profilo, le solite cose: il meme sulla partita della Juve contro il Real, la foto al mare o in montagna, la foto della famiglia, dei figli o dei nipoti, gli amici, la squadra del cuore, qualche immagine tipo “svegliati e affronta il mondo”.

Le solite cose, insomma.

Sono magazzinieri, cuochi, impiegati, rappresentanti. Uno ha un bar.

Sono persone normali. Sono persone alle quali noi che sfiliamo ai Pride, dovremmo una spiegazione.

Non voglio generalizzare ed usare un luogo comune, ma forse, tra questi, c’è qualcuno che ci dice di stare lontani dai loro figli. Noi.

Non lo so. Non ho i mezzi per tirare delle conclusioni su queste 48 ore fuori di testa.

Un dottore, uno psicologo potrebbe scrivere qualcosa, sapere, insomma cosa c’è dietro a questi approcci.

Ma io non posso farlo, e lascio a chi legge l’onere di dirmi se sono io che sono un imbecille (probabile) o se forse gli imbecilli, qui sono altri. E non ditemi che lo siamo tutti e due, perché io, con questi, non ho nulla a che spartire.

Lascio a chi legge, il compito di dire cosa significhino questi approcci, e che tipo di sessualità vivano questi tizi. Io ho fatto i conti con la mia a 37 anni, e già mi pare tardi. Mettersi a studiare quella degli altri, mi viene male.

L’unica cosa che posso dire è che consiglio a tutti gli uomini le mie 48 ore da donna.

È un’esperienza da fare, si capiscono tante cosa.

Il lunedì, per esempio, all’ennesima battuta sessista, si ride meno. Perché si è visto cosa c’è oltre la battuta “innocente” e l’ammiccamento “per scherzare”. Si è visto dove si arriva su quella china.

E se queste cose le dice un uomo di 43 anni, 120 chili e con la barba, senza chissà che titolo di studio e che lavora in fabbrica praticamente da sempre, vuol dire che se si vuole, si può uscire da quella cultura.

“Elena”, l’ho disattivata. Non cercatela, perché è sparita.

L’ho tolta di mezzo soprattutto perché con tutti questi contatti, non vorrei beccare lo staff della Garança, e lì son dolori.

Fosse anche solo per il fatto che una diva come lei è venuta a sapere che almeno 3.000 persone (richieste ricevute tra amicizia e messaggi in svariati mesi), non sanno minimamente chi sia.

E lì si incazza davvero.

(Il fatto che la cantante sulla destra si chiami Anna, è una coincidenza, giuro. Per la cronaca, questa foto dovrebbe essere stata fatta dopo un’Anna Bolena di Donizetti)

 

Una nota: Tiziana Cantone è tristemente famosa per alcuni video porno che mandò nel 2015 ad alcuni amici, e che fecero il giro degli smartphone di tutta Italia su quello che io chiamo il “social dei vigliacchi”, cioè Whatsapp, perché non prevede nessun controllo generalizzato sul contenuto, che non si può rimuovere.

Attraverso i social, i vigliacchi mandarono in giro non solo i video di Tiziana, ma anche particolari sulla sua vita personale.

Le resero la vita impossibile, e la sua unica colpa era quella di voler vivere come le andava, senza rendere conto a queste comari del XXI secolo.

Vennero creati meme, filmati e addirittura gadget venduti con la sua faccia.

Tiziana Cantone, che non usciva più di casa da mesi senza essere riconosciuta, si è suicidata il 13 settembre 2016.

Penso di aver parlato con alcuni dei suoi carnefici.

E sono ancora più sconfortato nel pensare che una donna possa essere stata uccisa da uomini così stupidi per ragioni così tragicamente idiote.

Uomini dei quali, contrariamente a quello che scrisse Saverio Tommasi, io, non faccio automaticamente parte, e ne sono orgoglioso.

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