Quello schiaffo, nell’anno del Giubileo…

Nel 2000, ci fu il Giubileo, la grande celebrazione di Papa Wojtila, un avvenimento prima edile, poi mediatico, poi anche religioso.

I papaboys, il peggio di quella generazione, stranamente destinato a fare carriera, giovani rincoglioniti dal Papa che nemmeno l’eroina, dormono nelle tende e suonano la chitarra, e qualcuno fa notare a Papa Giampy2 che in quelle tende, la notte, si fanno cose che… insomma… e le ragazzine si presentano agli appuntamenti con il Santo Padre, ci dicono i telegiornali a reti unificate, in abiti che lasciano poco all’immaginazione, ma il vecchio Papa “ride e scherza con i giovani”, che, ormai, sono conquistati dalla nuova Chiesa, dal volontariato obbligatorio (e chi è cresciuto nei ’90 sa cosa intendo), dalla fine del laicismo esasperato di alcune persone.

“Laicismo esasperato” sono parole che venivano usate per emarginare i non credenti e per censurare qualsiasi critica o accenno non allineato alla Chiesa o a uno dei papi più reazionari (e incensati) della storia recente.

Ci dicono i giornali che i giovani, ormai, amano la famiglia, avevano finalmente “riscoperto i valori” andando ad accamparsi a Roma con le loro chitarrine.

Artisti mangiapreti fino al giorno prima, si inchinano di fronte alla bontà di un Papa che non esitò ad appoggiare Pinochet, e fanno a gara a portare una qualche simil Buona Novella alla De André che, fortuna sua, è morto l’anno precedente.

Addirittura Bob Dylan, ritenuto solo in Italia “il menestrello della contestazione” di trent’anni prima, va a cantare dal Papa, e questo viene visto come l’ennesima fine del ’68, dell’amore libero, della droga, ed il trionfo della cultura della vita.

Si santifica, in Chiesa e in TV, uno dei personaggi più discutibili della storia italiana recente: tale Francesco Forgione, in arte Padre Pio, amico di mafiosi e fascisti, imbroglione, definito da padre Agostino Gemelli “superbo, psicopatico ed autolesionista”, sul cui culto si è sviluppato e si sviluppa ad oggi un vergognoso business, rivolto, spesso alle fasce più povere della popolazione.

C’è tanta fretta di santificare Padre Pio, che Rai e Mediaset fanno due fiction praticamente uguali sull’argomento e le mandano in onda nello stesso periodo.

Qualcuno, mesi dopo, ci farà un po’ di ironia, ma ne subirà le conseguenze.

Cosa potrebbe disturbare questa aura di santità che ha preso l’Italia, dopo anni di non credenti ovunque?

Piccola piccola, si fa largo una notizia nelle agenzie: proprio a Roma è in programma, dal 1 al 9 luglio proprio di quell’anno il “World Gay Pride”, che culminerà nella sfilata finale l’8 luglio. Pochi, in Italia, fino a quel momento sapevano cosa volesse dire “World Gay Pride”.

Nei primi mesi dell’anno ci sono alcuni sporadici appelli da parte di esponenti minori di destra contro “la manifestazione degli omosessuali”.

Ma a primavera inoltrata, con l’avvicinarsi dell’evento, scoppia la polemica (siamo in campagna elettorale, si è appena votato per le Regionali, e le Politiche saranno nel 2001): i leader politici di destra (Gianfranco Fini, all’epoca riteneva inopportuno che ci fossero insegnanti gay) partono all’attacco della manifestazione fatta, secondo loro, solo per offendere la morale dei cittadini romani, che, ricordiamocelo, sono tutti e solo cattolici. A sinistra nicchiano, si vota tra poco e serve il voto dei papaboys e dei loro genitori. Solo i cespugli a sinistra dei DS si muovono un po’ a favore della manifestazione.

Il 24 maggio, il presidente del Consiglio, Giuliano Amato, parlando del Pride alla Camera dei Deputati, non in un posto qualsiasi, dice una delle più grandi cazzate della sua lunga carriera di politico:

“Nutro la preoccupazione che una manifestazione del genere sia inopportuna nell’anno del Giubileo e che sarebbe meglio se si tenesse in un anno diverso da quello indicato. Purtroppo però dobbiamo adattarci ad una situazione nella quale, al di là delle opportunità, inopportunità e preoccupazioni, vi è una Costituzione, che ci impone vincoli e costituisce diritti”

La frase verrà poi volgarmente riassunta e passerà alla storia come “purtroppo la Costituzione ci impedisce di vietare il Pride”.

 

Succede il finimondo.

Le associazioni gay si impuntano, stavolta spalleggiate un po’ meno di nascosto dai partiti di sinistra (che stanno governando, in quel periodo, proprio con Amato). Il Pride non si sposta né di città né di data, come aveva chiesto il premier. Si fa proprio a Roma, l’anno del Giubileo, mentre dal Vaticano ed annessi arrivano richieste più o meno esplicite ad Amato di fregarsene della Costituzione e vietare la parata comunque. Ma rimarranno inascoltate, anche per l’intervento a favore del Pride dell’allora sindaco di Roma, Francesco Rutelli, non ancora del tutto folgorato sulla via di Damasco che lo porterà, da lì a pochi anni, a bloccare i Pacs in Parlamento.

A Roma arrivano persone da tutta Italia e non solo, per sfilare quel giorno: per qualcuno sono 300.000 persone. I giornali stranieri parlano di una “sconfitta tattica e strategica” per le gerarchie vaticane. Quelli italiani prima aspettano l’incidente per demonizzare il corteo. Non essendoci nessun incidente, dal giorno dopo ricominciano a raccontare quanto siano bravi i papaboys, tra i quali c’è anche Paolo Seganti, cattolico praticante e gay dichiarato che verrà ammazzato a coltellate a Roma, cinque anni dopo, in modalità che fanno subito pensare ad un’aggressione omofoba, ed i cui colpevoli non sono mai stati trovati.

Quanto erano belli, quel giorno a Roma, tutti quei manifestanti?

Erano quasi eretici per la maggior parte della popolazione, erano incazzati per quello che aveva detto Amato, per come erano stati trattati fino al giorno prima ad iniziare dalle proprie case.

C’era una rivoluzione in atto dietro a quei cartelli scritti a pennarello “sono lesbica”. Voleva dire “voglio vivere la mia vita per quello che è, non per quello che mi tocca farvi credere”. Voleva dire, in molte famiglie, che la migliore amica della figlia, non era tale, e che non volevano più essere chiamate così.

Quel giorno, un popolo intero si è preso il diritto di vivere la propria vita, uscendo, finalmente da un’eternità di vita da catacomba, limitata a pochi mestieri ed a pochi ambienti, ovvi e stereotipati.

Quel giorno, una fetta della popolazione diventò visibile. E lo fece ballando in piazza.

Anche se non nacque (ovviamente) tutto da lì, quello si può considerare, mediaticamente parlando, l’anno zero per i diritti delle persone LGBT in Italia.

Fu come un tappo dello spumante che saltò fuori dalla bottiglia all’improvviso. Rimettilo dentro, se ce la fai.

Un tappo che saltò in faccia a Karol Wojtyla, ai suoi papaboys e ai loro lecchini nei giornali e nelle TV.

Diciassette anni dopo, di sfilate dei Pride ce ne sono una ventina in tutta Italia, ormai ogni anno.

Seduto poco distante da dove Giuliano Amato disse quelle parole terribili, c’è un sottosegretario, Ivan Scalfarotto, che si è da poco unito civilmente con il proprio compagno.

E si è scandalizzato solo chi lo fa per mestiere.

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